Negli ultimi due secoli il colonialismo ha ridotto l'Africa da culla dell'umanità e serbatoio (e discarica) dell'Occidente. Oggi il neocolonialismo trova una estesa ed inquietante espressione nel fenomeno del land grabbing: tecnicamente, “appropriazione di terreni”.
Si tratta della controversa questione delle grandi acquisizioni di terre nei paesi in via di sviluppo da parte di imprese nazionali e transnazionali, ma anche governi e singoli individui.
Benché ampiamente documentato nel corso della storia, ad inaugurare la moderna corsa alla terra non è stato un occidentale, bensì re Abdullah d’Arabia Saudita, che anni fa decise di usare i petrodollari per acquistare migliaia di ettari di terreno in Etiopia dove coltivare riso e cereali a buon prezzo per le esigenze del suo regno, dal momento che la popolazione dei paesi del Golfo è destinato a raddoppiare da 30 milioni nel 2000 a 60 milioni nel 2030.
Poi si sono fatti avanti cinesi e indiani, alla caccia di campi coltivati per sostenere la propria gigantesca richiesta alimentare. Infine sono arrivati i grandi fondi d'investimento, i quali hanno messo gli occhi sul business della produzione agroalimentare a partire dalla crisi alimentare del 2008.
Lo scorso settembre un rapporto della ong Oxfarm ha gettato luce su questa sconcertante realtà. In 10 anni 227 milioni di ettari hanno cambiato padrone. La terra è sempre lì, ma i suoi frutti vanno altrove. Come se un territorio grande più di sette volte l'Italia fosse stato virtualmente delocalizzato.
La scarsa trasparenza negli atti di compravendita rendono difficile calcolare le reali dimensioni del land grabbing. I metodi che circondano le trattative, l'approvazione e il follow-up dei contratti tra investitori e governi hanno attirato critiche significative per tale opacità.
Attraverso una lunga ricerca sul campo, corredata da testimonianze e racconti, Oxfam è comunque riuscita ad analizzare circa 1.100 accordi relativi all'acquisizione di 67 milioni di ettari: il 50% delle compravendite sono avvenute in Africa e coprono un'area quasi pari alla superficie della Germania. Vittime di queste transazioni sono le comunità locali, espropriate del loro diritto di coltivare le proprie terre.
In precedenza la stima più completa era stata redatta dalla Banca Mondiale, dove si parlava di 464 acquisizioni (per il 70% localizzate nell'Africa subsahariana) per un totale di 46 milioni di ettari. Di questi, il 37% dei progetti riguardano le colture alimentari e il 21% la produzione di biocarburanti. Spesso tali investimenti assumono la forma di concessioni a lungo termine, con contratti di locazione di durata compresa tra i 25 e i 99 anni.
L'aspetto più odioso di questa pratica è che la maggior parte della terra acquistata (l'80% circa) rimane volutamente inutilizzata, probabilmente allo scopo di mantenere alti i prezzi dei prodotti sui mercati. Ciò avviene anche attraverso ritardi nell'approvazione e nell'implementazione dei progetti formulati, alimentando il sospetto che tali piani siano solo iniziative di facciata per far apparire gli accordi “vendibili” agli occhi della gente.
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