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La sinistra conservatrice di Paolo Macrì

Il 26 maggio 1927, nel discorso dell’Annunziata, per Mussolini, che di reazione capiva più degli intellettuali della nuova destra, l’Italia era «una democrazia accentrata, [...] nella quale il popolo circola a suo agio, perché – tenne a dire – o voi immettete il popolo nella cittadella dello Stato, ed egli la difenderà, o sarà al di fuori e l’assalterà».

Mentiva, s’intende, il fascismo non era una democrazia, ma i vati dell’Italia post democratica ignorano la lezione che il duce conosceva bene: conservatori o progressisti, chi è vessato dal potere entra in conflitto con Istituzioni che non lo rappresentano. In un punto, però, la polemica sulla «sinistra conservatrice», aperta con singolare tempismo da intellettuali che scalano la nuova piramide delle gerarchie sociali, coincide con i temi del dibattito politico di quegli anni di crisi: anche allora, di fronte al dilemma inquietante – «o trasformarsi o perire», per dirla con Rocco, la borghesia prese la via della violenza, addossandone la colpa alle utopie egualitarie dei ceti subalterni.

Per ingabbiare i processi dialettici di un corpo sociale ridotto allo stremo, a Mussolini, però, servì quel Codice Rocco che noi invece possediamo, sicché, mentre i proconsoli dell’Impero fanno fuori la Costituzione antifascista, a presidiare le piazze e soffocare i processi democratici – l’«indisciplina collettiva» direbbero con Rocco, Macrì e Saviano – il sistema di regole che strangola il conflitto oggi è subito entrato in gioco; lo sanno bene gli operai di Terni. In quanto ai contenuti sociali del nostro autoritarismo democratico, Marchionne, Monti, Fornero, Sacconi e – buon ultimo – Renzi, non hanno avuto problemi e senza colpo ferire Squinzi ha salutato la Caporetto dei sindacati.

Lo Stato, uscito dall’agnosticismo in tema di lotta di classe, è in campo coi padroni e Il Corporativismo è nei fatti. Si può anche ignorarlo, ma chi accusa di «conservatorismo» il conflitto, riprende la polemica sul sindacato «passatista». «Doveva essere entusiasmante mettersi alla testa del proprio Sindacato e affermare la battaglia sulla piazza» – scriveva infatti Bottai, ma «oggi questi argomenti non servono più a nulla, perché la forza è nello Stato e solo nello Stato». Alla «conservazione» del sindacato, quindi, ieri come oggi, si opponeva il vento della «Rivoluzione, […] lo stabilirsi di una nuova morale e di una nuova politica». Cosa fosse la «rivoluzione» in tempo di crisi economica, fu presto chiaro e il trionfo dei fascisti «rivoluzionari» sugli operai conservatori non «modernizzò», né portò l’impossibile riequilibrio tra «uguaglianza» e «mercato», riesumato dal bagaglio liberista. Consentì, questo sì, grazie al manganello e al Codice Rocco, la riorganizzazione dell’economia, sbilanciata in senso finanziario e una ristrutturazione industriale pagata con la fame dei lavoratori dipendenti.

Non a caso Grifone individuò nel fascismo il regime politico del capitale finanziario, denunciando «la mitologia delle necessità oggettive, del primato della tecnica e delle soluzioni obbligate», rovescio della medaglia di politiche creditizie e monetarie, grazie alle quali è possibile che «le scelte del potere si ammantino, assai più che le scelte produttive, di un falso velo di necessità oggettiva». E’ facile oggi, in piena crisi della democrazia, spacciare per «riforme istituzionali» i passaggi di una svolta autoritaria. Più facile, poi, è giocare su concetti astratti come progressismo e conservazione. La verità è che il conflitto sociale è sotto processo, perché sotto processo è la democrazia. Nessuno può negare che, a costo di galera e sangue, il movimento operaio, conquistando potere in fabbrica e nelle compagne, costringendo i padroni ai contratti, ha legittimato e consolidato la democrazia. Falsificando i dati del problema, si può, però, alimentare nell’immaginario collettivo la falsa convinzione che la forza della sinistra italiana del Novecento, pur marciando sui binari della democrazia, abbia alterato il rapporto sviluppo-eguaglianza e spezzato il nesso Stato-mercato.

Più che storia, però, questa è mitologia. Fuori da ogni contesto temporale, mito è la borghesia liberale «tollerante», perché, senza tornare a Crispi o ai connubi col fascismo, non si può ignorare che nei primi quindici anni di repubblica la «tolleranza» lasciò in piazza un centinaio di morti e dal 1946 al 1966, produsse 15.000 perseguitati politici, riconosciuti da una legge dello Stato. Una classe dirigente che accusa di conservatorismo una generazione cui consegna un Paese di gran lunga peggiore di quello ricevuto in eredità non è ingenerosa, ma irresponsabile.

Un giovane oggi non può essere che conservatore, perché è costretto a lottare per conservare i pochi diritti che sopravvivono, né, del resto, progredire è sinonimo di migliorare: ci si può anche muovere verso il peggio e ciò che conta non è la direzione di marcia, ma i valori di riferimento. Se la civiltà arretra di fronte alla barbarie, si progredisce arretrando. Chi, d’altro canto, assume i valori liberali e liberisti, spesso si muove in direzione dei boia della Comune, degli spettri del ’98, dei modernizzatori alla Mussolini e dei cialtroni che tollerarono Hitler per usarlo contro i bolscevichi. Per Mussolini e gli squadristi, Gramsci fu conservatore, lo sostennero in mille articoli e videro il progresso nelle Corporazioni e la conservazione nel sindacato di classe. Proprio come oggi. Di questo passo, i giovani diventeranno sovversivi e non sarà conservazione: sovversivi furono Gramsci e Pertini. In un Paese che rinnega i valori sanciti dalla Costituzione e cancella dal suo bagaglio culturale persino Montesquieu, i progressisti veri saranno banditi come i partigiani.

Si può giocare con le parole quanto si vuole, ma il progressismo di Marchionne esiste solo per chi manipola la storia e fa la morale ai giovani che non si rassegnano. La verità è che, se Cesare è il progressista, Bruto mette mano al pugnale, se il pane del popolo sono i dolci di Maria Antonietta, la ghigliottina cala inesorabile; se il progressismo colpisce la povera gente, prepara la guerra e si sente sicuro, arroccato com’è nel Palazzo d’Inverno, i giovani sono così conservatori, da schierarsi con giacobini e bolscevichi, bruciare la Bastiglia e portare il ferro e il fuoco negli stucchi e negli ori di Pietroburgo.

Si dirà che sono violenti, ma è una menzogna. I giovani odiano la violenza, ma non intendono subirla inerti. Perciò oggi sono conservatori: conservano il diritto alla legittima difesa.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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