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di Luca Troiano (sito) mercoledì 2 marzo 2011 - 3 commenti oknotizie
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La rivoluzione in Libia è tribale, non intellettuale

La causa della sanguinosa rivolta in corso in Libia non va cercata nel desiderio di libertà e giustizia di giovani intellettuali, come in Tunisia ed Egitto. Il regime libico si manteneva su un patto tra Gheddafi e le prncipali tribù del Paese. Le conseguenze di tale rottura potrebbero essere drammatiche. A prescindere dal destino di Gheddafi.

1. I fatti in corso in Libia hanno una determinate diversa rispetto a quelle che hanno infiammato gli altri Paesi nel Nord Africa. In particolare, che la rivolta libica non è socioeconomica, ma etnica.

In Libia le condizioni di vita della popolazione erano sensibilmente migliori di quelli nei Paesi limitrofi. La disoccupazione, purtuttavia alta, era comunque inferiore alla media della regione, mitigata dal fatto che i due terzi della forza lavoro erano impiegati nello Stato. Prima della rivolta, nel Paese c’erano all’incirca 1,5 milioni di lavoratori stranieri. Inoltre i prezzi sussidiati e le rendite petrolifere, grazie alle iniziative liberiste di Saif Gheddafi, erano in parte redistribuite alla gente.

La causa della rivolta va cercata altrove. La circostanza che la figura di Gheddafi sia stata così energica da eclissare ogni altra dinamica sociopolitica nel paese ispira una riflessione sui presupposti di continuità di un regime che esiste e resiste da oltre quarant’anni.

Una continuità che porta i nomi dei Warfala, Zintan, Rojahan, Orfella, Riaina, al-Farjane, al-Zuwayya, Tuareg. Ossia alcune delle 140 qabila (tribù) stanziate sul territorio libico. Che hanno rotto il patto stretto negli anni Novanta con il Colonnello. Perché in Libia sono le tribù a essersi sollevate, non i giovani intellettuali o le manovalanze.

2. L’85% della popolazione libica appartiene alle tribù, che da sempre ricoprono un ruolo chiave nella realtà locale. Basti pensare che sono molte città libiche portano i nomi delle tribù che le abitano. Un’importanza ribadita soprattutto nei momenti drammatici che il Paese ha attraversato nel corso dei secoli. Come nel 1911, quando affrontarono l’esercito italiano nella guerra italo-turca, o negli anni a seguire dell’occupazione coloniale, in cui furono protagoniste di numerose rivolte spesso soffocate nel sangue. Quando la Libia conquistò l’indipendenza nel Paese non c’erano partiti politici, in quanto vietati dal regime monarchico. L’assenza di attori sulla scena politica, di conseguenza, determinò il riemergere delle tribù come rappresentanti popolari di fronte a Tripoli. Un processo incoraggiato dalla stessa monarchia senussita, che delegò l’autorità sul territorio a potenti famiglie, di fatto dando vita ad uno Stato feudale.

Quando Gheddafi salì al potere senza colpo ferire, il primo settembre 1969, per prima cosa propugnò la riedificazione della mentalità sociale sostituendo il vecchio, rigido sistema tribale, con un socialismo partecipativo fondato sui comitati popolari e altre istituzioni locali affidate a dirigenti giovani e fedeli, allo scopo di emarginare la vecchia élite dei capi tribù. Cementare la nuova struttura con la propaganda anticolonialista alimentando i risentimenti contro le ex-potenze coloniali in Africa attraverso un mix di verità e retorica sui crimini del colonialismo. Gheddafi ha così incanalato le energie intellettuali della nuova generazione nell’imbuto dell’odio verso l’ex potenza coloniale, principale comune denominatore, assieme alla fede islamica, della (Stato delle masse, come era definita la Libia).


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