Scriveva Sciascia: « Sappiamo bene che c’era già una "Questione meridionale": ma sarebbe rimasta come una vaga "leggenda nera" dello Stato italiano, senza l’apporto degli scrittori meridionali. »
Come faceva quella canzone che cantavano i partigiani? “…una mattina mi son svegliato” ; proprio così, una mattina mi sono svegliato e ho incontrato la Questione meridionale. L’ho incontrata negli splendidi e poetici articoli che Paolo Rumiz ha pubblicato questa estate su La Repubblica con il titolo di Camicie Rosse; l’ho incontrata nei libri di Gigi Di Fiore che mi sono ripromesso di leggere con molta attenzione. Pochi giorni fa, sulle pagine di AgoraVox, è stata pubblicata una bella intervista di Concetta Di Lunardo a Gigi Di Fiore dove si è parlato del suo ultimo libro “Gli ultimi giorni di Gaeta – l’assedio che condannò l’Italia all’unità”.
Iniziare a dipanare la matassa ideologica che ha coperto e continua a coprire la Questione meridionale non è cosa facile. Soprattutto per persone come me che, ideologicamente, e quindi senza andare a guardare nelle pieghe nascoste della storia, avevano sempre pensato che l’Unità d’Italia fosse cosa buona e giusta. Si, avevo saputo di Bronte, dove Nino Bixio represse una rivolta fucilando cinque innocenti, ma poi avevo girato la faccia dall’altra parte. Non avevo nemmeno voluto ascoltare con attenzione né il Verga de I Malavoglia né quelle splendide canzoni, contenute nelle raccolta di Eugenio Bennato e dei Ragazzi di Musica Nova, che nell’ottanta raccontavano la storia tragica dell’ex Regno delle due Sicilie dopo l’invasione piemontese: « Vulesse addeventare 'na palomma, pe' putere libera vulare e 'nguacchiare 'sti divise a tutt' 'e piemuntise.» “Vorrei diventere un colomba per potere libera volare e scacazzare le divise a tutti i Piemontesi.” Era chiaro l’odio e le istanze di rivolta contro i militari piemontesi da parte della gente del sud … ma anche lì non capii, quando non si vogliono vedere le cose, un bel scotoma e via per la strada dell’annullamento. Racconto queste cose anche per far comprendere come un pensiero, anche quello che si ritiene, “aperto” e “sempre pronto alla verità delle cose,” possa avere la lebbra delle chiusure dogmatiche che inconsapevolmente rimpiccioliscono l’orizzonte infinito della conoscenza o lasciano inaridire alcune zone del sapere esercitando l’inconscia pulsione d’annullamento. Ciò che prima viene annullato poi non esiste più o viene deformato dalla negazione inconscia.
Ora che inizio ad intravedere e a conoscere la realtà storica del, cosiddetto, Risorgimento, rimango sbigottito per l’opera dottrinaria e demistificatoria che la cultura italiana ha creato. Ed è stata quasi un creatio ex nihilo, nel quale le vera storia del Sud Italia viene accantonata a favore dei Piemontesi, del loro re, e della avida borghesia che si buttò a capofitto nell’affare spogliando e impoverendo il popolo meridionale. A metà ottocento in alcune regioni del Sud si stava avviando un certo sviluppo industriale; le Due Sicilie avevano, prima dell’unità, un buon livello di industrializzazione tanto da ottenere diversi premi in campo industriale all’esposizione universale di Parigi del 1856. Lo sviluppo industriale, in particolare, divenne presto notevole in diverse aree del casertano e della provincia di Napoli, mentre sorgevano alcuni impianti siderurgici in Calabria, a Mongiana e Ferdinandea. Il declino delle industrie del meridione è da ascriversi ad un preciso disegno politico mosso dalla spinta del capitale del settentrione.
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Profilo personale, articoli e statisticheBella la citazione di Eschilo ( e adoro Verga ), complimenti!
28/09 22:27 - Vita Marinelli