La proteiforme vitalità del Mito. Su "La forma fluida del mondo" di Sergio Brancato
Enrica Amaturo, Gino Frezza, Gianfranco Pecchinenda, Francesco Pinto presentano il volume - edito da Ipermedium, Napoli, 2011, pagine 200, € 14,50) - martedì 22 marzo 2011 alle 18.00 presso la LibrerialaFeltrinelli, Via S. Tommaso d’Aquino 70, Napoli. Modera Luciano Scateni. Sarà presente l’autore.
Circola una vecchia storiella il cui protagonista è un uomo che non ha mai visto il mare e che si trova per la prima volta in vita sua a passeggiare lungo una spiaggia affascinato da ciò che vede: da un lato le onde che si infrangono sulla spiaggia provenendo dal lontano orizzonte, dall’altro una fila di dolci colline su una delle quali è adagiato al sole un grazioso villaggio. Ad un certo punto l’uomo si accorge che il livello del mare sta alzandosi progressivamente. Non sapendo nulla di maree, di fronte a quel fenomeno nuovo per lui, come è nuova la vista del mare, si preoccupa: pensa che il mare continuerà a crescere, fino a raggiungere il paesino. E allora comincia ad arrampicarsi correndo su per la collina, per dare l’allarme agli abitanti del villaggio…
La storia non dice se una volta arrivato lì, verrà compatito, sbeffeggiato, o ricoverato in manicomio, ma è una parabola utile ad illustrare magnificamente l’atteggiamento di chi “apocalittico” o “integrato” che sia, di fronte ai nuovi fenomeni sociali, culturali, estetici, ne trae conseguente definitive e catastrofiche. Come per la “morte dell’arte” che, da quando fu decretata per la prima volta da Georg Wilhelm Friedrich Hegel torna periodicamente a colpire i canali, le forme, i discorsi implicati con la produzione estetica delle varie epoche.
In genere vale in particolare per i media: questi vengono al loro emergere disprezzati, poi santificati – poi sacrificati sull’altare della critica accademica e/o di tendenza.
Così è stato per il cinema e per il fumetto di fronte all’affermarsi della Tv, poi per quest’ultima nei confronti dei media digitali e della loro vocazione a colonizzare e trasformare l’universo della produzione e della fruizione estetica. Senza riflettere sulla tendenza alla rimediazione, all’ibridazione, alla contaminazione che tutti i mezzi di comunicazione – anche il libro, certo – hanno, e quindi alla loro capacità di trasformarsi ed adeguarsi al mutamento incorporando classicità e innovazioni.
Questo atteggiamento di fondo – l’attenzione a guardare oltre l’esistente e il già detto e a lavorare su tutti i materiali, più o meno triviali, più o meno “auratici” – è lo sfondo su cui si sviluppa l’analisi del sociologo napoletano Sergio Brancato, riepilogando alcune considerazioni sul cinema e attualizzandone poi conseguenze e implicazioni al nostro presente e al panorama che oggi ci mostra l’universo dei media.
“Il cinema è il luogo dove la modernità si rappresenta”, scrive Brancato nel suo La forma fluida del mondo (p. 123), e il Mito è la dimensione che attraverso il cinema stesso e successivamente i media audiovisivi che lo hanno seguito rimane viva e viene continuamente attualizzata, come è nella sua natura di discorso che dà senso al mondo e alla condizione umana, che tiene viva la memoria collettiva, che prova a neutralizzare la vertigine della morte.