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La nuova cultura africana

Igiaba Scego è un volto noto nella letteratura di confine. Italo-Somala con spiccato accento romano, ha condotto il dibattito del 2 ottobre ricchissimo di relatori sul palco del Cinema Apollo di Ferrara durante il Festival di Internazionale.

Introduce gli ospiti citando una lettera della antropologa Giusi Giustopapa al direttore di un quotidiano che aveva relegato le notizie dal continente africano dentro a una rubrica intitolata “mondo solidale”, nella quale si denuncia che si parla di Africa riguardo le catastrofi e le azioni delle ONG e mai per analizzarla dal punto di vista economico, politico e culturale.

I relatori sono davvero tanti, sono dell’Africa subsahariana, sono prevalentemente nigeriani e keniani. La loro voce è quella di un mondo tagliato da tutto il resto da montagne di sabbia. Ma il paradosso è che sono loro a osservarci. Ci avvertono che è meglio imparare subito la lingua mandarina e dialogare con i cinesi, che lo scrittore Binyavanga Wainaina, grosso keniano dai capelli bicolore, ritiene interlocutori più affidabili degli occidentali. Rimane il dubbio che l’Africa sia ora fra l’incudine delle macerie politiche del postcolonialismo e il martello dell’aggressivo neocolonialismo economico cinese.

Nonostante il ridicolo sogno imperialista italiano, noi italiani sembriamo un po’ africani: sogniamo condizioni migliori, ci affidiamo al miglior offerente (leggi demagogo) nella politica interna e puntualmente rimaniamo invischiati in governi corrotti. E “corruzione” è il termine più utilizzato nell’incontro per definire i contorni dell’azione dei potenti governanti africani.

Assomigliamo a loro anche perché esiste una generazione di quasi quarantenni con particolari problematiche, schiacciati fra la prima ondata di personal computer e sistemi operativi umani annullati da condizioni esistenziali particolarmente difficili. Nella nostra incolmabile ignoranza non possiamo concepire che nelle grandi città africane ci siano i computer, ci sia internet, ci siano scrittori, come Olujide Adebayo-Begun, che vive immerso nella cultura islamica nigeriana e scrive del rapporto d’amore omosessuale fra un islamista e il suo discepolo.

Qualcuno gli ha detto che non era una buona cosa, qualcun altro gli ha detto che era un tabù da sfatare. Il libro è stato pubblicato in Nigeria, a qualcuno è piaciuto, ad altri no. Fine. Olujide, che cita Updike per ricordare che religione sesso e arte mescolati assieme sono elementi esplosivi per una storia, continua a scrivere e a fare il contadino, mentre il suo collega Iheoma Nwachukwu scrive il suo ultimo romanzo al femminile, ma immedesimandosi, come è solito fare. Nessuna distanza. Quanti pregiudizi sull’Africa.

Philip K. Dick è un punto di riferimento globale, come Matrix ha raggiunto e colpito l’immaginario sotto la linea del Sahara. Paul Sika, ivoriano, fotografa attori in pose specifiche, spesso aggressive, dinamiche, e lavora molto nella fase di postproduzione. Paul Sika, occhiali, in completo nero e cravatta, sembra un businessman africano e quando parla un predicatore di pace; si sente mezzo per l’espressione dell’arte, e tutto è spiritualità.

Politicamente preferisce per l’Africa un monarca saggio a una persona eletta per mezzo della demagogia. La Democrazia non è esportabile ovunque, sostiene Sika, e sogna gli Stati Uniti d’Africa governati da una Presidentessa. Quanta voglia di solidarizzare con i loro fratelli nordafricani, ma quanta rabbia in quest’ultimi, quanta diversità che mi sembra di percepire. Quelle montagne di sabbia probabilmente non separano a caso il continente africano.

La molteplicità dei linguaggi, le culture antichissime, le prime, raffinate; il dubbio fra restare per ricostruire i propri Paesi con un movimento dal basso, seguendo l’aria che tira, o andarsene all’estero per sfuggire all’umiliazione dei governi corrotti e autoritari. Magari per avere un punto di vista lontano e diverso. Ma la fuga è difficile, l’accoglienza non esiste, il percorso è duro. Igoni Barrett è rimasto in Nigeria, il suo compatriota Iheoma Nwachukwu trova legittima la fuga. Su una cosa sono tutti d’accordo, il processo di cambiamento politico dal basso è un processo lungo nell’Africa frammentata dalle lingue e dalle tribù.

E mentre lo sguardo dei relatori si sposta con speranza verso le piazze in rivolta giunge la classica domanda, animata dalla più candida buonafede “Cosa può fare l’occidente per voi?”. “Assolutamente niente, per carità".

La domanda era già stata posta ad alcuni bloggers che avevano organizzato e raccontato piazza Tahrir, il risultato è stato il medesimo. Nel caso degli egiziani sgomento, nel caso dei keniani e nigeriani grasse risate, a significare che proprio ora che si sono liberati dal colonialismo vedersi tornare l’Occidente.

Di là dalle battute, in questa fase ogni atteggiamento compassionevole e paternalista è estremamente avvilente, dice la scrittrice Ivonne Owour. Non bisogna giungere a patti con l’Umanità, ma impegnarsi per conoscerla e condividerne la cultura con semplicità e rispetto. E se volete sapere qualcosa di noi leggeteci, ricorda chiudendo Wainaina.

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