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di Valeria Nicoletti lunedì 17 gennaio 2011 - 2 commenti oknotizie
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La mort de la presse écrite n’est pas écrite

Nell’ultimo decennio, l’avvento delle nuove tecnologie ha chiaramente messo la carta stampata di fronte ad un bivio: accettare e integrare i nuovi canali d’informazione o subire la crisi dei media. Una visione d’insieme, con opinioni e dati, della stampa, in Italia, oltralpe e oltreoceano. (Il titolo, La morte della stampa non è ancora scritta, è il manifesto che campeggia sulla sede de Livre Parisien, sindacato generale a difesa del libro e della comunicazione scritta, a Parigi, sul boulevard Auguste Blanqui).

Calo delle vendite. Fuga di annunci e inserzioni. Flessione rapidissima delle pubblicità e, di conseguenza, delle entrate. John Lanchester, scrittore e giornalista britannico, pubblica sulla London Review of Books un lungo articolo, riproposto da Internazionale, in cui descrive, dati e percentuali alla mano, la parabola in discesa della carta stampata. A partire dal New York Times, punta di diamante della stampa americana, al gruppo Tribune, cui fanno capo il Los Angeles Times e il Chicago Tribune, già fallito. Gli unici a sopravvivere al declino sono i giornali economici come il Financial Times, a cui resta fedele un nutrito e inossidabile gruppo di addetti al settore.

A determinare il calo delle entrate è, secondo l’analisi di Lanchester, il florido panorama della stampa on-line. L’infinita rete globale di Internet che, definita quasi all’unanimità nemico numero uno della carta stampata, tuttavia potrebbe rivelarsi un prezioso alleato, le cui innumerevoli potenzialità sono ancora in attesa di essere sfruttate e capitalizzate dalle redazioni tradizionali. Lanchester cita in proposito il direttore del Guardian, Alan Rusbridger, che divide il panorama dei media in tre settori: la stampa, i grandi network pubblici e i nuovi media. Il terzo polo, gigantesco, caotico e imprevedibile, ha i suoi punti di forza nella democratizzazione e soprattutto nel decentramento dell’informazione: con lo svilupparsi del citizen journalism, o giornalismo partecipativo, la rete si è infatti trasformata in un’infinita agorà, un’enorme babele di lingue, opinioni, interpretazioni e punti di vista. E la pluralità di pareri, di idee personali, diventa essa stessa notizia, l’interpretazione si fa news, attualità, e si offre come spunto a sua volta a giornalisti e sociologi per trarre bilanci, tratteggiare un quadro globale, legare la reazione dei cittadini al fatto del giorno. Ognuno sceglie il proprio canale di informazione, o meglio, di espressione, dalla foto alla registrazione audio, dal video al grafico al tradizionale articolo, e ad ogni voce viene assicurata pari dignità e pari opportunità di trovare il proprio posto nel web. Tuttavia, se da un lato questo sconfinato parlamento costituisce un’inesauribile fonte di commenti, notizie e riflessioni, dall’altro non rimpiazza l’informazione vera e propria e non può che completare e integrare i canali canonici del giornalismo.

È proprio questa assenza di filtro, questa enorme mole di notizie, aggiornamenti, visioni, questa scatenata e mutevole libertà d’espressione che chiama in gioco il giornalista. Il buon vecchio reporter che, taccuino e registratore alla mano, si ritrova a rivaleggiare con tanti, a volte troppi, occhi sguinzagliati per il mondo che, non più con la penna ma anche con un semplice cellulare, registrano la realtà e inscatolano il mondo per ributtarlo negli smisurati contenitori virtuali messi a disposizione dal web.


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