Ho più di un motivo per amare Nuoro, la mia città.
Il primo di essi, qualcuno potrà forse giudicarlo banalmente romantico, in tempi di ‘modernità liquida’ e di globalizzazione imperante, è che in una casa di uno dei suoi quartieri più antichi chiamato Seuna ci sono nato.
Il secondo risiede nel fatto che ogni volta che ci vado, a Nuoro (di solito capita poche volte l’anno e per pochi giorni), sto bene, mi ritempro e tanto riesco a riposarmici che riparto infine per Cagliari con l’inebriante impressione di essere rinato.
Intendiamoci: non parlo qui solo del riposarsi per allontanare quella stanchezza anche fisica che specie nei periodi di caldo feroce prende ciascuno di noi e che è legata in massima parte alla naturale necessità dell’uomo di interrompere i ritmi imposti dal lavoro e dagli impegni quotidiani. La definirei piuttosto una questione di ‘appartenenza’. Ulisse ed Itaca, siamo, io e la mia città. ‘Nuoresità’, la chiamerei, questa intima esigenza, o anche, con espressione più immediata che denota meglio l’‘urgenza’ del proprio desiderio, ‘bisogno di tornare’. Naturalmente questo ‘forte richiamo delle origini’ non fa mancare mai il mio senso critico anche nei confronti di quell’agglomerato urbano cresciuto molto, negli ultimi decenni, per tentare di far fronte agli spostamenti di nuclei familiari e di singoli che decidono di trasferirsi a Nuoro per i motivi più vari (principalmente per lavoro o per motivi di studio) e per assecondare le crescenti esigenze di chi in città ha sempre abitato.
Chi si avventura per un giro nei quartieri sorti più di recente o fa due passi in quelle zone della città che ospitano la grande distribuzione commerciale o che sono ancora in fase di completamento urbanistico potrà rimanere impressionato assai negativamente nel constatare che anche in questa città ‘a misura d’uomo’ alcune zone scontano tutti i disagi causati dal disordine edilizio, dalla penuria di spazi verdi e dalla, sotto i più vari aspetti, trascuratezza che così frequentemente, in tutti i centri, caratterizza gli agglomerati e le strade e le piazze di più recente costruzione. Anche a Nuoro i ‘non luoghi’ privi di qualsiasi identità e gli inarrestabili processi di globalizzazione fanno a gara nel contendersi ciò che ancora rimane di una cultura fiorentissima che ha avuto inizio in un antico villaggio di pastori.
Tuttavia oggi a Nuoro si vive meglio rispetto a, diciamo, venti o trent’anni fa. Il livello di ‘qualità della vita’, misurato in rapporto ai parametri più diversificati e significativi, compresi quelli che riguardano il rapporto con la cultura nelle sue molteplici manifestazioni delle popolazioni della provincia, è sempre piuttosto elevato (l’indagine 2010 relativa alle 107 province italiane svolta dal quotidiano Il sole 24 ore collocava il capoluogo barbaricino al ventottesimo posto) e i nuoresi mantengono sempre alto il loro senso di identità e di appartenenza alla loro città.
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