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L’oro blu che divide l’Europa

Domenica 16 dicembre abbiamo visto un'interessante puntata di "Report", la trasmissione della giornalista Milena Gabanelli, e abbiamo dunque pensato di proporvi un recente articolo di FocusMéditerranée, della nostra Paola de Benedictis.

Lunedì 8 ottobre Austria, Ungheria, Romania, Turchia e Bulgaria hanno firmato un accordo intergovernativo in sostegno del gasdotto Nabucco: infrastruttura dalla portata di 30 miliardi di metri cubi di gas all’anno, concepita dalla Commissione Europea per trasportare in Europa gas dall’Azerbaijan senza transitare per il territorio russo, né dipendere da condutture controllate da Mosca.

La mia verità – Se l’approvvigionamento energetico divide l’Europa in due, peggio va all’Italia, terreno di “guerra” tra Eni, alleata del gruppo russo Gazprom ed Enel, interessata ad un ingresso nel progetto europeo della Tap. Il rischio è la paralisi.

Nabucco, che sul piano economico è compartecipato dalla compagnia austriaca OMV, dalla romena Transgaz, dall’ungherese MOL e dalla tedesca RWE, nell’estate del 2012 ha ricevuto il sostegno politico anche di Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia. Si tratta della risposta al Gasdotto Trans Adriatico (TAP) supportato politicamente da Italia, Grecia e Albania: un’infrastruttura dalla portata di 21 miliardi di metri cubi all’anno, compartecipata dal colosso norvegese Statoil, dalla compagnia svizzera EGL, e dalla tedesca E.On.

La TAP nasce per veicolare il gas del giacimento azero Shah-Deniz – da cui è previsto lo sfruttamento di 16 miliardi di metri cubi di gas all’anno – dal confine greco-turco alla Puglia attraverso il territorio albanese. Ha subito suscitato grosso interesse da parte del colosso britannico British Petroleum, e dalla seconda compagnia energetica italiana Enel.



Nabucco e TAP fanno parte del corridoio meridionale Ue: fascio di gasdotti progettato dalla Commissione Europea per aggiungere una fonte di rifornimento di gas supplementare a quelle russe e nordafricane, da cui l’Ue dipende oggi per circa il 50% del suo fabbisogno complessivo.
La reazione di Mosca, decisa a non perdere la leadership nelle forniture di gas all’Europa, non si è fatta attendere. E’ così che nasce il progetto di Southstream: conduttura dalla portata di 63 miliardi di metri cubi di gas, compartecipata dal monopolista russo, Gazprom, dal colosso italiano Eni, dalle compagnie tedesche e francesi Wintershall ed EDF, dalla greca DEPA e dagli enti energetici nazionali di Montenegro, Slovenia, Serbia e Macedonia.

Il gasdotto ortodosso (come è chiamato comunemente Southstream) è concepito per rifornire di oro blu russo l’Europa sud-occidentale e balcanica direttamente dalle coste della Russia sul Mar Nero. Nel contempo il Southstream permette alla Russia di isolare Paesi politicamente avversi al Cremlino, come Romania, Polonia, Repubblica Moldova ed Ucraina, attraverso i quali oggi Mosca esporta in Europa occidentale il suo gas.

Dietro la realizzazione del Southstream si cela chiaramente una precisa strategia geopolitica, volta all’utilizzo del gas da parte della Russia come strumento per dividere il vecchio Continente al suo interno.
Da una parte, infatti, si schierano i Paesi “europeisti” dell’Europa centrale – che fanno propria la politica energetica della Commissione Europea -, dall’altra quelli della parte occidentale del Vecchio Continente, guidati dall’asse franco-tedesco, che sostengono la politica dei gasdotti della Russia. L’ennesima picconata ai processi di integrazione.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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