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L’impossibilità del pareggio di bilancio e il silenzio del PD

Nel mezzo del casin di nostra vita, fra i beceri exploit del Trota e i soliti giochi di prestigio di Comunione e Liberazione, la notizia politica più significativa dell'anno 2012 è passata perlopiù inosservata.

Lo scorso 17 aprile infatti, il Senato ha approvato in seconda lettura il ddl che introduce nell'art. 81 della nostra Costituzione il vincolo del pareggio di bilancio: 235 voti favorevoli, 11 contrari, i restanti astenuti o "in missione". Roba da economisti, diranno i più. Sarà, ma cosa tutto ciò significhi in termini pratici lo hanno spiegato con dovizia di particolari Paolo BarnardLanfranco Turci, Vladimiro Giacchè e perfino un accademico della Luiss, il prof. Giuseppe Di Taranto, ai microfoni del Tg1.

Il messaggio è forte e chiaro: se lo Stato tassa esattamente in misura eguale alla spesa che effettua per la cittadinanza, quella che gli economisti chiamano "domanda aggregata interna" subisce delle pesanti diminuzioni, che a loro volta hanno un effetto depressivo sui redditi, e così via fino ai consumi, che ne usciranno devastati. Per anni, l'egemonia neo-liberista imperante, che regna in maniera assolutamente bipartisan, ci ha raccontato che il debito pubblico è di per sè un cancro da combattere, ma senza spiegarcene accuratamente la ragione. Si dà per scontato che lo Stato, come un qualsiasi padre di famiglia o una qualunque impresa, debba risparmiare in misura uguale o superiore a quella che desidera spendere: da qui l'idea che sia necessario tendere verso il pareggio di bilancio, per assicurare un buon corso dell'economia interna.

Niente di più falso, e lo possiamo appurare riflettendo sulla natura del sistema monetario vigente. In sostanza, gli Stati membri dell'Unione Europea hanno perso ogni forma di sovranità monetaria: sono vincolati dal punto di vista finanziario dalla quantità di titoli del debito che riescono a collocare sul mercato, offrendoli a investitori privati, a tassi d'interesse decisi dal mercato stesso (non mi dilungo sul meccanismo, che ho trattato in questo post).

Una misura così fortemente depressiva è stata votata a maggioranza dall'intero asse partitico che sostiene il governo Monti (Pd, Pdl, Udc); eppure non è poi così datata l'affermazione del segretario del Pd Pierluigi Bersani, il quale in data 11/08/2011 affermava: "Non parlateci di pareggio di bilancio in Costituzione, sarebbe castrarsi da ogni politica economica".

E certo che sarebbe castrarsi da ogni politica economica: del resto anche negli Usa si era provato ad introdurre un simile principio, ma con grande tempestività diversi premi Nobel per l'economia hanno informato il governo Obama e l'opinione pubblica dell'assoluta scempiaggine che si stava per compiere.

Cosa ha spinto allora il Pd a votare in maniera così allineata e coperta questo provvedimento, imposto con diktat degno degli antichi imperatori persiani dal Direttorio tedesco dell'Unione Europea?

Senz'altro, all'interno del partito esiste un solco profondo fra i convinti assertori di simili norme, ad esempio i centristi ex-Margherita che guardano con favore ad uno "Stato minimo" di matrice reaganiana, e la corrente più a sinistra, che Bersani sembra rappresentare; ma il voto è stato unanime e compatto.

La redazione di Democrazia Radical Popolare, movimento politico vicino al Grande Oriente Democratico, ha così descritto gli avvenimenti di quei giorni:

Costui [Bersani], dopo aver affermato nell’agosto 2011 che inserire il principio del Pareggio di Bilancio obbligatorio in Costituzione sarebbe equivalso ad un’opera di castrazione e inibizione di qualsivoglia politica economica, con inenarrabile faccia di bronzo ha impartito ai deputati e senatori PD l’ordine di scuderia di approvare questa misura suicida e criminale per le sorti del popolo italiano.

[...] Si tratta di misure ferocemente neoliberiste, di una destrorsità talmente ottusa che anche un conservatore come David Cameron le ha rigettate e persino un liberal-liberista italiota doc come Nicola Porro ha dovuto ammettere che, in un momento come l’attuale, spingere per il Pareggio di Bilancio Costituzionale era quantomeno inopportuno.

Si tratta insomma di un'inversione a 90° gradi, di cui gli stessi elettori del PD non si rendono minimamente conto. La domanda che sorge spontanea è: chi è questo dio potente che induce il segretario del partito a militarizzare il tal senso la votazione?

Soprattutto perché il 20 aprile, Pierluigi Bersani ha dichiarato ad un cittadino, che gli poneva una simile domanda, che ribadisce le posizioni espresse l'11 agosto 2011, così come la sua disapprovazione delle politiche economiche tracciate dal Fiscal Compact. "Non si poteva fare diversamente", ha però aggiunto, quando lo stesso cittadino gli faceva notare che il voto del suo partito al Senato andava esattamente nella direzione opposta.

Il quadro assume tinte sempre più fosche. Al di là del giudizio di merito che si può dare ad una simile insipienza, ed una tale mancanza di lungimiranza da parte del PD, ciò che emerge dalla vicenda è che il Parlamento italiano è stato completamente esautorato da ogni suo potere.

Non solo il governo tecnocratico europeo, nella persona di Monti, ha stretto sempre più rapidamente la sua morsa attorno all'Italia, ma anche attorno a quelle sparute frange di dissenso. L'evidente minaccia a tali forze è stata chiara: ve la sentite di opporvi a qualcuno che è in grado di far aumentare vertiginosamente lo spread fino al punto di non ritorno, e di far ricadere, tramite i media, la responsabilità del successivo collasso sulle vostre teste?
Evidentemente non se la sono sentita.

Il massimo del dissenso possibile, per membri del PD come Vincenzo Vita, è stato l'astensione. Dalle sue parole, apparse su Twitter, si deduce l'entità dell'assoluta impotenza della politica italiana, di fronte alla forza di lorsignori: "Ieri mi sono astenuto nel voto sull'equilibrio di bilancio, ritenendo sbagliato metterlo in Costituzione. E' stata una scelta di dissenso".

E così, all'insegna del "ce lo chiede l'Europa" e del "non si poteva fare diversamente", si chiude un cerchio che è iniziato da qualche decina di anni, con la ratifica benpensante del Trattato di Maastricht e dei successivi accordi europei, le privatizzazioni selvagge del '92, ad opera di un signore che oggi presiede la BCE, le misure destabilizzanti e depressive su occupazione e tassazione promosse dai governi di centro-destra e centro-sinistra, legati a doppio filo alle lobby finanziarie mondiali che stanno profittando da questa crisi.
Questo paziente lavoro di estromissione della politica dal suo ambito d'azione ha dato i suoi frutti, grazie ai rapidi passi in avanti che le forze politiche italiane hanno permesso a questo progetto di compiere.

"Lasciate ogni speranza voi che entrate", quindi, ma soprattutto, lasciate ogni speranza voi che votate.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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