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 Home page > Tempo Libero > Sport > L’altro Armstrong che salì sulla Luna e poi cadde sulla Terra

L’altro Armstrong che salì sulla Luna e poi cadde sulla Terra

Chissà se si può parlare di Nemesi, per commentare la notizia della richiesta di squalifica a vita per doping di Lance Armstrong, al quale sarebbero di conseguenza tolti i sette titoli conquistati nella più importante gara ciclistica del mondo, il Tour de France. Un'enormità, uno shock, come se a Roger Federer revocassero i sette tornei di Wimbledon. Gennaro Carotenuto ha scritto oggi che, con questo, il ciclismo è morto.

E' vero, ma è stato dopo lunghissima ed incurabile malattia e forse, se non il ciclismo, la sincera passione dei tifosi per esso, era già morta quel 14 febbraio del 2004, quando l'unico possibile vero rivale di Lance, Marco Pantani, lo scalatore di montagne cresciuto al mare - quale meravigliosa contraddizione - fu trovato morto in una camera d'albergo. Ucciso dalla cocaina che aveva iniziato ad assumere, dopo che la sua carriera era stata stroncata nel 1999 da un 52 di ematocrito, rilevato a Madonna di Campiglio durante il Giro d'Italia. "Drogato, traditore", scrissero i giornaletti rosa il giorno dopo, senza attendere le controanalisi.

Perché il ciclismo è lo sport dove se si dice che un ciclista si "droga", è una cosa che tutti crederanno subito. Vero o falso che sia. Perché è il ciclismo stesso che è drogato e contagia con la peste i suoi atleti. La disgrazia semmai, è di chi volesse praticare questo sport senza barare chimicamente e senza passare per bombato.

Se qualcuno, in un romanzo di spionaggio, avesse voluto togliere di mezzo Pantani, un rivale troppo forte, per favorire un altro corridore, avrebbe potuto farlo con un solo colpo ben assestato, sfruttando quest'idea che "i ciclisti si drogano per vincere". Un pregiudizio, forse, che però si basa su troppi indizi e fatti per essere solo una diceria. Sarebbe stato il delitto perfetto. La stessa maledizione che distrusse Pantani, ora colpisce Lance Armstrong, l'eletto. Anche la sua odissea con il doping inizia nel 1999, ma per lui le cose sono diverse. Sono i francesi de "L'Equipe", per primi in quell'anno, a gettare l'ombra dell'imbroglio sulle imprese del campione americano. Lui nega e sempre negherà, nonostante il fascicolo sul suo caso si arricchisca di nuovi sospetti, fino a diventare un macigno insopportabile.

Continua a negare, fino alla rinuncia di oggi a continuare a difendersi. Per Armstrong non si parla di valori di ematocrito elevati - valore che, di per sé e senza ulteriori indagini, non è indicativo di doping - ma di uso di eritropoietina, testosterone e di tutta una serie di porcherie, prese negli anni per migliorare le proprie prestazioni. Ovviamente Armstrong non è, se colpevole, l'unico di questa storia e quindi la richiesta di Usada, l'agenzia Antidoping americana, di squalificarlo a vita, è ammantata di ipocrisia. Della stessa ipocrisia di chi fabbrica gli eroi, i gladiatori e poi, con un pollice verso, si diverte a distruggerli.

Lance Armstrong è stato un mito americano, un eroe nazionale, nel senso governativo del termine. Era sponsorizzato, per l'enorme cifra di $ 32 milioni da US Postal, le poste americane, un ente pubblico. La sua storia personale, la sua battaglia contro il cancro - ammetteva solo di aver preso l'epo per salvarsi la vita - ne facevano l'eroe perfetto per il pubblico. Ora che forse l'imbroglio non si può proprio più nascondere, o forse ci sono altri campioni all'orizzonte sui quali investire un mucchio di soldi, magari in altri sport, fanno tutti finta di non sapere, fanno i censori. Lance Armstrong non è più l'eroe americano, il ragazzone che per un decennio non ebbe rivali. Drogato, traditore. E' vero. Il ciclismo è morto. Un'altra volta.  

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