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L’aborto volontario non compromette la salute mentale

Al contrario, vedersi negata la possibilità di interrompere una gravidanza può aumentare, sul breve periodo, il rischio di ansia e altri disturbi psicologici. 

di Valentina Murelli

È uno degli argomenti forti degli anti-abortisti, che rifiutano l’aborto anche perché – sostengono – comprometterebbe la salute mentale della donna, consegnandola a un destino di disturbi come ansia, depressione, insoddisfazione profonda nei confronti della vita. Però è un argomento spuntato. Anzi, proprio completamente falso, secondo i risultati di uno studio pubblicato sulla rivista Jama Psychiatry da un gruppo di ricercatori del Centro per la salute riproduttiva globale dell’Università di San Francisco. Che giunge addirittura alla conclusione opposta, e cioè che, almeno sul breve periodo, sia l’impossibilità a ricorrere a un aborto desiderato ad avere effetti negativi sul benessere psicologico della donna.

Siamo nell’ambito dello studio Turnaway, un’ampia indagine prospettica (i cui partecipanti sono cioè seguiti nel tempo) dedicata dall’università californiana agli effetti delle gravidanze indesiderate sulla vita delle donne. In questo caso sono state coinvolte circa 1000 donne che, tra il 2008 e il 2010, si sono rivolte a centri specializzati (in tutto 30 in 21 stati differenti) per richiedere un’interruzione di gravidanza. Oltre 700 hanno effettivamente affrontato l’intervento, nel primo trimestre di gravidanza o anche più avanti, mentre ad altre – circa 230 – questa possibilità è stata negata, perché la loro gravidanza era già oltre i limiti temporali previsti dal centro in questione: tempi estremamente variabili, dalle 10 alle 25 settimane di gravidanza. Tra queste ultime, alcune hanno abortito comunque, o in modo spontaneo o perché si sono rivolte a un altro centro che consentiva ancora l’interruzione, mentre altre hanno portato avanti la gravidanza.

I ricercatori, guidati dalla psicologa Antonia Biggs, hanno intervistato queste donne una prima volta una settimana dopo l’aborto o il rifiuto ad accedervi, chiedendo informazioni sia su vari aspetti personali (condizioni socio-economiche, stato civile, storia di malattie mentali o di abuso di sostanze), sia sulle condizioni psicologiche del momento, con particolare riferimento a eventuali sintomi di depressione e ansia e ai livelli di autostima e di soddisfazione generale per la propria vita. Hanno poi ripetuto l’intervista due volte all’anno per cinque anni. I risultati ottenuti dicono chiaramente che sul breve periodo (cioè con la prima intervista) non emergono particolari differenze nei livelli di depressione tra chi ha interrotto la gravidanza e chi non l’ha fatto, mentre le donne che non hanno avuto subito la possibilità di abortire mostrano maggiori livelli di ansia e di insoddisfazione per la propria vita, oltre a una minore autostima. Sul lungo periodo, però, anche queste differenze vanno diminuendo, fino a livellarsi.

Secondo gli autori dello studio, il peggior stato psicologico delle donne che hanno vista respinta la propria richiesta di aborto può essere spiegato da vari fattori: il rifiuto di per sè, ma anche altri aspetti sociali ed emotivi collegati alla scoperta di una gravidanza indesiderata (per esempio difficoltà economiche, problemi con il partner o il fatto di non sentirsi pronte ad avere un bambino), oppure complicazioni legate alla ricerca di un’alternativa, come il fatto di provare a cambiare centro o, addirittura, stato.

Quanto al momento in cui viene effettuato l’aborto, anche questo non sembra avere particolari effetti sul benessere mentale. Benché in precedenza altri studi (non particolarmente solidi, per la verità) avessero suggerito che interruzioni più tardive comportino rischi maggiori di quelle nel primo trimestre, Biggs e colleghi non hanno trovato conferme in questo senso. O meglio: all’inizio hanno visto livelli leggermente inferiori di depressione nelle donne che hanno interrotto la gravidanza nel primo trimestre, verificando però che, anche in questo caso, sul lungo periodo queste differenze venivano annullate. E come già avevano trovato altre indagini, anche questa conferma che i principali fattori di rischio per l’insorgenza di disturbi psicologici dopo un aborto sono il fatto di aver già sofferto in passato di disturbi analoghi o di aver vissuto esperienze traumatiche, come abusi o estrema trascuratezza, durante l’infanzia.

Insomma, non è tanto l’aborto in sé a mettere a rischio la salute mentale di una donna, quanto la sua storia precedente. E negare a una donna la possibilità di accedere a un’interruzione di gravidanza con la giustificazione che sia per il suo bene non regge, perché non solo sul breve ma anche sul lungo periodo la donna che, desiderandolo, ha avuto la possibilità di abortire non starà affatto peggio di quella che non l’ha avuta.

Una conclusione particolarmente significativa per gli Stati Uniti, dove secondo l’istituto di ricerca indipendente Guttmacher ben nove stati impongono alle donne che desiderano abortire un counseling in cui si dice esplicitamente che rischiano di andare incontro a problemi di salute a lungo termine, dalla depressione all’ansia, ai pensieri suicidi. E invece, scrivono Biggs e colleghi, non ci sono prove per giustificare che, per legge, le donne debbano essere avvertite di un possibile effetto negativo sul benessere psicologico. Va bene il counseling, ma che sia corretto e basato su dati validi.

Leggi anche: Obiezione di coscienza sull’aborto: ecco perché è un’aberrazione etica

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia

Questo articolo è stato pubblicato qui

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