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 Home page > Tribuna Libera > L’Undici Maggio dell’informazione on-line

L’Undici Maggio dell’informazione on-line

Sono parecchi i predicatori del buon giornalismo che affollano le pagine della rete illuminando i naviganti sul come dare le notizie, quali dare e perché darle, bacchettando i media tradizionali che troppo spesso incappano in errori grossolani, vuoi per mera incapacità vuoi per spiccata faziosità. Tuttavia i difensori indefessi (non tutti, per carità) del giornalismo di nuova generazione, quello on-line per intenderci, troppo spesso, nel rimproverare i loro contendenti, peccano di presunzione.

Partendo dal presupposto che nessuno – tantomeno chi scrive – può dare lezioni a nessuno, bisogna tuttavia riconoscere le indelicate disattenzioni a cui coloro che si cimentano nel difficile lavoro dell’informazione troppo spesso cedono il passo. L’informazione on-line è certamente la nuova frontiera del giornalismo, a patto che non commetta così tanti errori (dovuti certamente alla sua giovane età) da compromettere in maniera irreparabile il suo sviluppo e la sua futura credibilità. Non staremo a elencare i meriti e i vantaggi della rete, ché di elenchi del genere la rete abbonda. Ma i limiti, quelli sì, vale la pena analizzarli. Perché è sulla rete che si sono diffuse a mo’ di tsunami fandonie come quelle delle scie chimiche, delle profezie dei Maya, del terremoto apocalittico di Roma, e dei complotti in cielo e in terra. Per non parlare dello spirito di Michael Jackson.

Se gira una notizia che non è una notizia, perché falsa o semplicemente non verificata o verificabile, allora, di regola, non va diffusa né ripresa per non darle risonanza e legittimità. Ma soprattutto per evitare che domani qualcuno ne parli. Il fatto che la richiesta di ferie dei dipendenti pubblici di Roma per l'11 maggio è aumentata, a causa della psicosi terremoto, del 20% rispetto all'anno scorso dimostra molto chiaramente quali possono essere i danni derivanti dalla circolazione di informazioni false in rete.

Troppo spesso si leggono titoli di articoli che sono frasi interrogative, del tipo: “11 settembre, strage simulata?” “La morte di Bin Laden, un falso?”. Insomma, già dal titolo si dà una non-notizia, ovvero si riporta un’indiscrezione priva di fondamento, o se vogliamo con fondamenta deboluccie, pensando poi di fare il proprio dovere di cronista obiettivo ed eticamente corretto (e anche di lavarsi la coscienza) aggiungendo alla fine del pezzo un “Sarà vero?”. “E che ne so?” pensa il lettore, “dovresti dirmelo tu che ti rappresenti giornalista o informatore”.

Buttare lì una "notizia" non provata, che potrebbe essere tanto vera quanto ridicolmente falsa, e insinuare il dubbio Vero/Falso non è una prassi che attiene ai giornalisti, ma si addice maggiormente ai giornalai, ai fiorai, ai baristi e a ogni altra categoria di mestiere. Va bene sollevare dei dubbi, ma che trovino almeno uno straccio di fondamento. Soprattutto, quanto minore è il peso delle prove possedute che legittimano realmente il sorgere del dubbio, tanto minore dovrebbe essere lo spazio che dedichiamo al fatto che ci apprestiamo a riportare. E non si provi a giustificare questa tendenza attribuendo al lettore l’onere e il compito di valutare se una notizia è attendibile o meno. Il primo insegnamento che si dà a un aspirante giornalista è di scrivere sia per il docente universitario che per i lattaio. Che, si sa, hanno un senso critico e strumenti di fruizione mediatico-culturale leggermente differenti. Il lettore avrà certamente la sua parte, e anche rilevante, nel farsi un’opinione, ma questo non autorizza a scrivere scempiaggini.

Ad esempio il fatto che Bin Laden, sebbene sia mancino, in un video da poco diffuso venga “sorpreso” a usare il telecomando con la mano destra - inducendo quindi il lettore a credere che il video sia un falso - può trovare tutt’al più lo spazio di una riga, ma non un titolo e un intero articolo. Perché, dicono, nel giornalismo anche lo spazio conta, come contano la collocazione, i modi e i tempi in cui si scrive. Insomma, se ambite a essere considerati giornalisti della nuova era, e non solo dei quaccheri quaresimalisti dell’informazione alla bell’e meglio, tentate quantomeno di sembrarlo. Altrimenti, nel caso aveste la bruciante esigenza di scrivere castronerie, perché ve lo ha prescritto il medico o per altre oscure ragioni, parlate di politica interna. In quel campo di sciocchezze ne vengono dette così tante che le vostre passerebbero inosservate. A patto che non ve ne usciate affermando, con sfrontata sicumera, che Aldo Moro è ancora vivo. 

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