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Israele e l’indivisibilità di Gerusalemme

La questione non è se Gerusalemme sia o non sia la legittima capitale di Israele.

Lo è nei fatti, nonostante il diritto internazionale abbia sospeso il riconoscimento in attesa che le parti coinvolte trovino un accordo sui confini.

Lo è per i motivi concretissimi della situazione che si è determinata dopo le due guerre del 1967 e del 1973 che Israele ha subìto, ma vinto.

E se è discutibile che lo sia per i racconti mitici che connettono l'attualità al passato remoto della storia ebraica, lo è per il semplice fatto che la maggioranza della sua popolazione era ebraica già alla metà dell’Ottocento, come testimonia una breve guida per turisti - A handbook for travellers in Syria and Palestine - stampata a Londra nel 1858 a firma di tal Josias Leslie Porter.

La questione controversa non è quindi la legittimità di definirla "capitale di Israele", ma, unicamente, la sua presunta “indivisibilità”.

Cioè il fatto che nessuna parte del suo territorio municipale possa far parte di altro che non sia sotto sovranità israeliana. E questa definizione apodittica di “capitale indivisibile”, fatta propria ufficialmente dallo stato ebraico nel 1980 e ripetuta ad ogni pié sospinto dai più accaniti sostenitori del nazionalismo contemporaneo, non si basa su qualcosa di sostenibile, di condivisibile e di giustificabile. Non su basi storiche, né culturali, religiose, politiche o quant’altro. È semplicemente uno slogan della politica israeliana più sciovinista.

Ovviamente la logica vuole che invece Gerusalemme possa essere divisa. In quale misura non si sa - è pane per i finissimi palati dei diplomatici - ma non c’è ragione al mondo che un agglomerato urbano, per quanto altamente simbolico come questo, non possa diventare capitale di più entità statuali diverse.

Roma ne è un esempio: indiscussa capitale d’Italia, contiene fisicamente la capitale del piccolo Stato del Vaticano e contiene perfino una terza capitale, racchiusa in un singolo edificio, quella del Sovrano Ordine di Malta che è giuridicamente un vero e proprio stato sovrano riconosciuto dal nostro paese, la cui sede, il Palazzo Magistrale di via Condotti, gode dello status di extraterritorialità. Se Roma è capitale di tre stati, Gerusalemme può ben esserlo di due.

Prova ne sia che né Putin né Trump - il primo ad aprile con una decisione che è passata quasi inosservata e il secondo in questi giorni con una decisione che è stata osservata anche troppo - hanno minimamente accennato alla indivisibilità della città.

La differenza fra i due è che il leader russo ha chiaramente detto di riferirsi a Gerusalemme ovest, cioè ai “confini” precedenti la guerra dei Sei giorni, mentre il secondo, sornionamente, ha lasciato scivolare nel discorso il fatto che gli Stati Uniti, con il riconoscimento, non stanno «prendendo posizione su eventuali problemi relativi allo status finale inclusi i confini specifici della sovranità israeliana a Gerusalemme o la risoluzione dei confini contestati»; specificando inoltre di chiedere il mantenimento «dello status quo sui luoghi santi», compresa la Spianata delle Moschee, citata sia con la terminologia ebraica, Monte del Tempio, che con quella araba di Haram al-Sharif. A differenza, va sottolineato, delle clamorose gaffe diplomatiche dell'Unesco, sicuramente la più screditata delle agenzie ONU.

La frase di Trump dice chiaramente che la “sovranità israeliana a Gerusalemme” deve ancora essere definita e che il riconoscimento della città come capitale di Israele non implica affatto la esclusività e indivisibilità della stessa. I limiti della sovranità israeliana dovranno essere stabiliti dalla trattativa fra le parti. Così parlò The Donald.

Ma se si parla di due capitali ovviamente si sta parlando anche di "due stati", soluzione che Trump sembra resuscitare proprio quando molti la davano per spacciata

Perché? Difficile rispondere: o si tratta di una frase illusoria finalizzata a prevenire critiche e sommosse o un passo propedeutico ad altro.

In ogni caso la sua è una dichiarazione di parte che rischia di incendiare di nuovo tutto il Medio Oriente proprio nel momento in cui la catastrofe siriana si stava avviando verso un lento, doloroso processo di pacificazione e ricostruzione e, contemporaneamente, verso nuovi (e pericolosi) assetti geopolitici in cui l’asse dei paesi vincitori - che sarebbe più corretto definire con il termine geopolitico (e ideologico) di “eurasiatico” - si trova contrapposto a quello arabo-sunnita, spalleggiato dallo stato ebraico.

Non nei termini di una vera e propria nuova rivolta palestinese, che in realtà sembra tutto sommato contenuta - anche se quattro morti, oltre mille feriti (anche israeliani) e razzi sulle città non è certo cosa trascurabile - quanto piuttosto negli assetti geopolitici in via di definizione.

Pur tenendo ferma l’ipotesi che quella di Trump possa essere stata niente più che una sparata propagandista finalizzata a distrarre l’opinione pubblica dal russiagate, come suggeriscono alcuni analisti maliziosi, è evidente che spariglia le carte, imponendo alla questione israelo-palestinese i tempi frenetici di rapide trasformazioni in successione come quelli che già attanagliano il Medio Oriente ormai da anni.

Se è palese che gli USA hanno scelto di abbandonare, con questa dichiarazione, il ruolo storico di mediatori super partes, si può immaginare che in questo ruolo essi stiano per essere sostituiti da una personalità di rilievo del mondo arabo (ovviamente sunnita). Indicato per la parte sembrava il rampante principe ereditario del regno saudita. Oggi arriva qualche conferma: secondo il New York Times «Riyad ha offerto alla Palestina una capitale: Abu Dis».

Quindi il piano sarebbe questo: offrire attraverso mani arabe un sobborgo di Gerusalemme come capitale di uno stato che fotografa in sostanza la situazione attuale. Niente di più.

E con questo si penserebbe di fare contenti gli israeliani e i palestinesi, consolidare l’asse politico con sauditi, giordani ed egiziani quanto la diplomazia internazionale e, soprattutto, azzerare le pretese iraniane e turche di mettersi a capo del mondo islamico in nome e per conto delle istanze palestinesi.

È in quest’ultimo punto che sembra annidarsi tutta la debolezza del progetto americano, ammesso che esista.

Perché è invece possibile, molti segnali lo lasciano intravedere, che il mondo islamico - salvo naturalmente il principe saudita - rifiuti questa impostazione e si rivolga invece ad altri interlocutori. Come il sultano Recep Tayyip Erdogan che vedrebbe così esaltato il suo ruolo neo-ottomano di guida dell’Islàm sunnita, sottraendo ai concorrenti-alleati sciiti la palma di “più antisionista di tutti”. Un modo per rinnovare la sua pretesa di egemonia sul Medio Oriente, un po' in ombra con la fine del conflitto siriano.

Se questo dovesse accadere la strategia americana avrebbe fatto un gran regalo a Putin e ai nemici storici di Israele, Iran e Hezbollah.

Ma anche ad Hamas, il cui asse con la Turchia era già emerso con il caso della Mavi Marmara. Ridare vigore all'estremismo di Hamas - estremamente indebolito, fino ai limiti dell'irrilevanza politica, dall'isolamento internazionale in cui si era trovato nell'ultimo anno - non sembra essere una iniziativa di intelligente diplomazia.

Il braccio di ferro fra Erdogan & Co. e i Saud potrebbe essere il nuovo confronto che si giocherà sulla pelle di israeliani e palestinesi. Con, immediatamente dietro, il possibile coinvolgimento del Libano, di cui si era già parlato nelle settimane scorse come territorio prescelto da Mohammed bin Salman per il conflitto prossimo venturo.

Per conferme o smentite si vedrà nel prossimo futuro.

Foto: Gerusalemme

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