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  Home page > Attualità > Cultura > Isolare i violenti… da 10 anni aspettavo questo momento
di Doriana Goracci venerdì 24 dicembre 2010 - 0 commento oknotizie
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Isolare i violenti… da 10 anni aspettavo questo momento

“Non ci posso ancora credere. Da dieci anni aspettavo questo momento ed ormai pensavo che non sarebbe più arrivato”. Inizia così una lettera scritta da Enrica Bartesaghi, fondatrice e presidente del Comitato Giustizia e Verità per Genova, con altri, certo. La conobbi in rete e anche a Genova, non si scordano alcune persone e alcune giornate di FerieToda Joia Toda Beleza…Leggevo ieri l’editoriale di Uniriot: “Si parla di Genova, ma siamo altro. A Genova non c’eravamo, come quasi tutti quelli che erano in piazza martedì scorso, ma Genova ha significato molto per noi. Siamo figli di quelle giornate, ma come tutti i figli prima o poi ci si deve allontanare dalla famiglia, dai ricordi, dal quel senso d’appartenenza, non per rinnegarli ma per avere un’altra storia da raccontare…” E allora per chi c’era e non c’era…voce a una madre…per sua figlia, ai nostri giovani: “Genova, luglio 2001: io non dimentico”

Enrica Bartesaghi è madre di Sara, una della Diaz, vent’anni all’epoca dei fatti di Genova. “Sara telefonò a casa il venerdì sera, scossa per la morte di Carlo Giuliani. Disse ai genitori che, dopo aver passato la notte precedente allo stadio Carlini, avrebbe dormito nella scuola sede del Genoa Social Forum. Enrica ed il marito furono naturalmente sollevati all’idea della figlia al sicuro, in una struttura al coperto, fra giornalisti ed avvocati. Sara telefonò ancora al sabato sera. Anche la manifestazione di quel giorno si era svolta fra mille problemi, ma lei non era rimasta coinvolta nei disordini. Riferì che si sarebbe recata alla Scuola Diaz per ritirare il proprio zaino, per cercare poi il primo treno con cui fare ritorno a casa. Da questo momento i genitori persero le tracce della ragazza fino al lunedì sera successivo, quando Enrica riabbracciò la figlia all’uscita dal carcere di Vercelli. In quei due lunghi giorni la ragazza passò attraverso tutte “le tappe” dell’inferno personale dei “ragazzi della Diaz”: l’aggressione alla scuola (in cui riportò un trauma cranico), l’ospedale Galliera (dove fu medicata), la caserma di Bolzaneto, ed infine il carcere (come detto, a Vercelli)… Sara ebbe la parziale fortuna di presentarsi come una ragazza “normale”. Giovane, carina, acconciatura non stravagante, ben vestita e senza troppi piercing al volto, le fu riservato un trattamento migliore rispetto a quello che dovettero subire molti altri ragazzi, per la maggior parte stranieri, magari con strane acconciature e i capelli colorati. A Bolzaneto i ragazzi fermati, colpevoli solo di aver esercitato il proprio diritto a manifestare, hanno dovuto sopportare gravi abusi, insulti, la privazione di ogni contatto con l’esterno, violenze fisiche e psicologiche, immersi in un clima che nulla aveva da invidiare al Cile di Pinochet (clima peggiorato per molti dalla non comprensione della lingua).” Sara e tutti i 93 ragazzi della Diaz vennero accusati di resistenza aggravata a pubblico ufficiale, detenzione di armi eccetera.


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di Doriana Goracci venerdì 24 dicembre 2010 - 0 commento oknotizie
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