1. Esattamente due anni fa fa, le strade di Teheran furono invase da una rumorosa orda di giovani, poi denominata “Onda verde”, che per alcuni giorni riempì le vie del Paese come le prime pagine di mezzo mondo.
Fu il verdetto delle elezioni a scatenare tutto. La conferma del presidente uscente Mahmoud Ahmadi-Nejad, tutt'altro che scontata secondo i sondaggi della vigilia, provocò una reazione di massa che nessuno si sarebbe aspettato.
A complicare le cose contribuì anche l'irrazionale atteggiamento di Khamenei, che anziché placare gli animi, come l'altezza del suo ruolo richiedeva, finì per esasperarli. Nella settimana delle elezioni la Guida suprema, infatti, nel tentativo di ricondurre la folla a più miti consigli, commette tre passi falsi che hanno finito per infervorarla ancora di più.
Primo. Il 13 giugno, all'indomani del voto e con la folla che mugugnava in piazza, Khamenei si fa fotografare al fianco di Ahmadi-Nejad, tenendogli il braccio alzato in segno di vittoria. “La sua vittoria è una festa,” aggiunse. Una presa di posizione che non lasciava spazio alla mediazione, mentre ancora non era stata fatta chiarezza su presunte irregolarità.
Secondo. Il giorno dopo Khamenei ricevette il candidato sconfitto Mir Hossein Mousavi, lasciando intendere di aver accettato la proposta di quest'ultimo volta ad ottenere il riconteggio delle schede. Una misura del tutto inutile, perché il problema non era quanti voti avesse ricevuto ciascun candidato, bensì accertare se le schede nelle urne fossero valide o no. A questo annuncio la gente si sentì presa in giro e scese in strada non solo a Teheran, ma anche a Esfahan, Shiraz, Mashhad e negli altri maggiori centri del Paese. Si registrarono i primi otto morti. I media occidentali concentrarono la propria attenzione su quanto accadeva nelle strade iraniane e il mondo conobbe l'Onda Verde.
Terzo. Il primo venerdì di preghiera dopo il voto Khamenei ribadì pubblicamente la legittimità della vittoria di Ahmadi-Nejad, minacciando una dura repressione in caso le manifestazioni di piazza fossero continuate. L'intransigenza della Guida suprema fu la goccia che fece traboccare il vaso.
In tutte queste occasioni Khamenei, anziché assumere un ruolo da mediatore tra le varie istanze dimostrò una palese incapacità di comando. La sua scarsa lungimiranza, la goffaggine politica, l'incompetenza nella gestione delle crisi, risaltate dal fatto che l'ayatollah rivestisse la più alta figura dello Stato, rappresentarono di fatto la benzina sul fuoco della rivolta.
2. La figura di Mousavi, vincitore morale della contesa, fu oltremodo enfatizzata dai media. Recita un vecchio adagio che “il nemico del mio nemico è mio amico”. E dunque, agli occhi dell'Occidente il rivale di Ahmadi-Nejad non poteva che essere la figura con cui schierarsi, l'uomo onesto derubato da quello sleale, il buono defraudato dal cattivo.
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