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Intervista a Gherpelli, il "Moro" della miniserie Faccia d’Angelo

Stasera su Sky la seconda e ultima parte della miniserie tv ispirata alla Mala del Brenta. La prima puntata ha registrato ascolti record. Intervista ad Andrea Gherpelli, il “Moro” della banda, che commenta il successo di pubblico, spiega il suo personaggio e difende la fiction.

Lunedì scorso su Sky Cinema 1 HD la prima parte di "Faccia d’angelo", la miniserie tv liberamente ispirata alla vicenda della Mala del Brenta e del suo boss Felice Maniero, ha fatto il pieno di pubblico: una media di 660mila spettatori complessivi ed un milione 78mila contatti unici con una permanenza del 61%. Si tratta del miglior esito per una produzione originale seriale prodotta da Sky Cinema. La seconda ed ultima puntata della fiction, diretta da Andrea Porporati e con Elio Germano nel ruolo del “Toso”, il capo della Mala del Brenta, verrà trasmessa sullo stesso canale stasera, lunedì 19 marzo, alle 21.10. A raccontarci i segreti di questo successo e come è nato l’evidente affiatamento fra gli interpreti è l’attore Andrea Gherpelli, 36 anni, originario di Prato di Correggio (Reggio Emilia), che in Faccia d’angelo veste i panni del “Moro”, uno dei componenti della banda criminale, quello con basettoni e chioma riccioluta, il più alto e fisicamente prestante, tra i più temibili, quindi, del gruppo. Ci illustra il suo personaggio e difende la fiction dalle polemiche. Gherpelli, laureato in ingegneria gestionale a Bologna, ha recitato tra l’altro anche in "Questo piccolo grande amore" di Riccardo Donna ed è stato già diretto dal regista Porporati nei film "Le Ali" (con Remo Girone) e "Storia di Laura" (con Isabella Ferrari).

Gherpelli, con la prima puntata la vostra "banda", dopo le rapine interpretate sul set, ha messo a segno un altro "colpo": il bottino di ascolti. Vi aspettavate questo risultato?

Sapevamo soltanto di aver fatto un buon lavoro di squadra. La banda si è formata durante le pause dal lavoro così come nascono le amicizie, giocando a bigliardino, sfidandoci a briscola e parlando di noi tra ombre e cichetti. Elio Germano è anche un ottimo cuoco e stavamo ogni sera riuniti intorno alla sua tavola come si fa, appunto, tra amici. Cosa che non succede solitamente sui set. Questo bastava per sapere che il nostro lavoro di interpreti era sincero, solido. Non recitato ma vissuto. Il pubblico, evidentemente, lo ha sentito e ha brindato con noi con un’altra ombra de vin.

Nei primi minuti, dalla macchina da presa è inquadrato in auto nell'atto di inserire il caricatore nella pistola, poco prima del famoso assalto all'aeroporto Marco Polo. Fin dalle prime battute il suo personaggio, il "Moro", appare molto pratico nell'uso delle armi e tra i più determinati del gruppo criminale...

Ognuno di questi ragazzi all’interno del gruppo ha una propria caratteristica. Il Moro è l’action man della banda, quello che sfonda le porte, pensa agli ostaggi, usa la forza e le armi con grande dimestichezza. Il Moro è cresciuto in campagna tra le bestie e sposta le persone come fossero vitelli. Ho pensato da subito al Moro come un giocatore di rugby di prima linea, armato di rivoltella e coroncina del rosario al collo.

Ad un certo punto, una scena rivela la personalità paradossale del "Moro" che, davanti al Crocifisso, prega Dio di dargli la forza di compiere il male. Cosa rappresenta per Lei questo momento così incisivo?

E’ il momento centrale del mio personaggio. Ed è il momento più importante della mia carriera come attore. In quell’atto ho cercato di rappresentare i contrasti interiori che vivono questi delinquenti. “Fasemo un patto, mi e ti”, così dice il Moro a Dio, cadendo in un fraintendimento tra ragione e potere. Fraintendimento che sento presente nella religione cattolica. Non vi stupisce che boss malavitosi tengano con sé immagini religiose e bibbie e vangeli? A me no e credo che sia un fraintendimento in una religione fraintendibile.

E' stato impegnativo, per un reggiano, imparare il dialetto veneto?

Per niente. Ho avuto per anni una splendida compagna di Pordenone. Frequentando quelle zone e la sua famiglia mi son sempre divertito a parlar veneto. Tutto qui.

Già alla vigilia della messa in onda, la miniserie è stata oggetto di critiche e polemiche provenienti da più parti (esponenti politici, familiari delle vittime del dovere e, perfino, lo stesso ex boss della Mala del Brenta, Felice Maniero). Cosa risponde alle accuse secondo le quali la fiction rischierebbe di mitizzare la mafia?

Questa serie è pensata in due puntate così da arrivare subito al sodo e cioè a dimostrare che non vale la pena mettere la propria vita a disposizione della malavita. Della seconda puntata non voglio svelarvi niente ma si confermerà questa tesi.


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