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In ricordo di Ada Grossi, antifascista

 
Due parole, prima di riproporre un vecchio articolo scritto per Repubblica.
 
Ho accompagnato Ada fino all’estremo confine del suo viaggio e mi ha aiutato una certezza: ci rivedremo. Come lei, non ho il conforto della fede e sono solo davanti al dolore, ma una religione ce l’ho anch’io e nel libro sacro degli spiriti indocili c’è scritto chiaro: nel conflitto inestinguibile tra istinto e ragione, l’animo umano trova la sua vera ricchezza e attraversa senza fatica confini e steccati. Non ci sono muri che fermano valori e ideali. Non sarà vero – lo so, non c’è religione che possa dimostrare le sue verità di fede – ma io sono certo che Ada è tornata tra i suoi compagni di lotta e ha trovato ad accoglierla con un sorriso e un abbraccio il suo primo e immortale maestro: Giacomo Matteotti, guarito delle sue ferite, affiancato da Cesare Grossi, il padre rivoluzionario che lei venerava, la madre, Maria Olandese, da cui tanto imparò, e Renato, il fratello, eroico combattente a Teruel.
 
Non farò l’elenco degli uomini e delle donne che la stanno festeggiando. Sarebbe un’interminabile fila di grandi e piccoli nomi, una mille e una notte di storie incantevoli, tutte da raccontare se le forze lo consentissero. E’ una schiera di spiriti eletti che non conoscono gerarchie, ma sono gelosi custodi di
antichi e immortali valori.
 
Prima o poi, molti dei sedicenti “grandi” si presenteranno alla porta che Ada ha appena attraversato, ma i titoli dei giornali ossequienti, le chiacchiere dei conduttori, gli stolti cinguettii e le numerose presenze nei salotti televisivi, non basteranno a ottenere un lasciapassare e nessuno li accoglierà festante. Ada ha appena attraversato senza sforzi un inesplorato mare tra due terre, un Mediterraneo su cui regna sovrana la legge della solidarietà. Nessuno dei “grandi” riuscirà a superare le sue onde e tutti saranno travolti. Eolo in persona scatenerà l’inferno e se pure, per avventura, trovassero sulla rotta disperata una loro Lampedusa, Gramsci, Amendola e Rosselli, pronti a lasciar passare ogni immigrato, quale che siano la sua origine e il colore della sua pelle, li ricacceranno indietro senza esitare, in nome dell’eterna legge del contrappasso.
 
Nessuno di quanti oggi mandano navi a fermare migranti varcherà quel confine. Ada non è morta e non morirà. E’ il potere che muore, non chi l’ha combattuto. La morte colpisce solo i suoi servi, i servi del potere, e non c’è religione che non condivida questo dogma umano.
 
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Ricordo di Ada, la voce di “Radio Libertà”

Ada Grossi s’è spenta l’8 agosto a Napoli, dov’era nata nel 1917, in anni tempestosi: Mussolini, il regime, Matteotti ucciso e il padre, Cesare, avvocato, socialista, amico di Bracco e De Nicola, nel mirino fascista. A nove anni, nel 1926, il salto nel buio: «parenti, amici, agi, tutto alle spalle e tutto perso per sempre», ricordava. Buenos Aires, più umana dell’Europa d’oggi, l'accolse con il padre, i fratelli e la madre, Maria Olandese, soprano che aveva cantato in Russia per lo zar. Lì Ada divenne donna, in Argentina, tra stenti, fuorusciti, il calore della famiglia e le riunioni dei «sovversivi».

Di quei giorni, ricordava tutto e se ne parlava, incantava gli studenti, rapiti da una lontana coetanea che nel 1936, a soli 19 anni, lasciò l’Argentina per difendere la Spagna dai nazifascisti. Era come leggesse di nuovo i comunicati di "Radio Libertà", l’emittente di Barcellona, creata dal padre per il governo Caballero. Era stata lei, Ada, la voce della Spagna libera che giungeva nelle case degli italiani e scatenava l´ira impotente di Mussolini. «Non vinceremo subito, ma vinceremo», ammoniva Rosselli, e lei, sotto le bombe dei FiatBr20, rilanciava la sfida, denunciava la furia omicida dei nazifascisti e affidava alla storia le ragioni della democrazia. Un racconto che aveva il fascino dell´epopea e la dimensione etica che la politica ha smarrito col trionfo del capitalismo.
Evasa dal «secolo breve», Ada ha vissuto in Italia l’ultima stagione: nel degrado della vita pubblica e nella sconcia equiparazione tra fascismo e antifascismo, che ha cancellato l´ethos politico su cui fondava la repubblica: libertà, pace, giustizia sociale. I valori che il fascismo negò. Non era più la ragazza «castagna di capelli, occhi celesti chiari, carnagione colorita e una ben timbrata voce di soprano lirico», che il padre descrisse in una lettera censurata. Era una donna molto anziana, capace ancora di emozionarsi davanti alla sua vita rinchiusa in un fascicolo di polizia.

«E´ incredibile, ci sorvegliavano notte e giorno!», esclamava, mostrando lettere mai lette, note di spie e un foglio argentino in lingua italiana che narrava «l´odissea della famiglia Grossi nei campi di concentramento». Ada ricordava bene Gours, Argelés-sur-Mer e la tragedia dei combattenti internati in Francia dopo la terribile fuga sui Pirenei. «Camminammo a piedi per giorni, coi caccia che ci mitragliavano», diceva per un attimo cupa, poi sorrideva per l´involontario elogio di un questore che, nell'aprile 1937, scriveva da Napoli a Mussolini che «a causa della velenosa propaganda comunista di Barcellona», c´era «un risveglio di elementi noti per i precedenti politici e subito arrestati». Per farla tacere, il regime impiantò persino «una stazione disturbatrice».

«Gli demmo filo da torcere », rideva compiaciuta e correggeva il questore: «Radio Libertà non era comunista. Eravamo socialisti. Mio padre scriveva i testi, io leggevo e la gente ci seguiva. Gli stalinisti italiani ci estromisero proprio perché eravamo socialisti». I verbali di interrogatori della madre in Questura, a Napoli, nel 1941, alimentavano i ricordi: la famiglia dispersa nei lager francesi, la fame, la sete, i capanni di lamiera, gelidi d´inverno e roventi d'estate, l’anarchico spagnolo Enrique Guzman De Soto sposato «nel campo di Argelés con un permesso speciale», l´armistizio della Francia con l’Italia e un nuovo calvario: «tornai in Spagna con Enrique, che però finì in carcere per cospirazione. Papà fu confinato a Ventotene, mamma e mio fratello Aurelio a Melfi. Renato, l'altro mio fratello, depresso per la sconfitta e gli stenti, finì in manicomio, distrutto dagli elettrochoc e non si riprese più».

Emergeva così un mondo. I fratelli al fronte con i repubblicani, la madre, «compagna esemplare, che condivise gli ideali del marito e affrontò ogni avversità con animo sereno», i malati nell´infermeria del campo, dove «mancavano le medicine e si moriva per nulla», e infine il padre «privato dei clienti, malmenati dai fascisti, e sorvegliato a vista», che «tenne nello studio fino all'ultimo un ritratto di Matteotti e sfuggì agli squadristi grazie a un cocchiere che lo prese al volo sulla sua carrozzella». La «sua» Spagna era ad un tempo violenza e poesia: nelle sue parole c’erano Garcia Lorca «barbaramente ucciso perché omosessuale», la lunga lotta contro il franchismo, Enrique graziato dopo una condanna a morte, ma anche la libertà che aveva respirato e difeso, l´entusiasmo dei volontari, la fuga coraggiosa da Barcellona mentre i falangisti giungevano al Montjuic. «Perdemmo tutto, anche i libri ai quali mio padre teneva moltissimo», ricordava e il bilancio fu davvero pesante: Aurelio ferito a un occhio, Renato morto in manicomio e case, terre, tutto perso per sempre.

Caduto il fascismo e tornati liberi, Ada rimase in Spagna e lottò coi franchisti, gli altri tornarono a Napoli. «Radiato dall’albo», ricordava Ada, «mio padre, per tornare avvocato, dovette ricorrere in tribunale. Mancavamo di tutto, ma non chiedemmo nulla. Avevamo fatto solo ciò che era giusto. Eravamo socialisti. Al potere ci andarono i democristiani, i fascisti rimasero ai loro posti e oggi», concludeva amara, «ci sono Berlusconi e Renzi. Noi, però, abbiamo vissuto secondo i nostri ideali».

A Napoli Ada lascia Aurelio, combattente di Teruel, in condizioni di estremo disagio. L´Italia, che molto le avrebbe dovuto, l’ha sempre ignorata, ma ieri bastava chiudere gli occhi per vedere Pertini e Terracini in ginocchio davanti alla sua tomba. A chi la conosceva diceva di aver fatto solo il suo dovere, ma non è così. Marx ha ragione: non si giudica un´epoca dalla coscienza che ha di se stessa. Ada non c’è più, ma il suo «passato contemporaneo» è più vivo che mai. La repubblica, che contribuì a far nascere con le sue lotte e che oggi intende cambiare la Costituzione, non la consegni per sempre al passato senza averla ascoltata. Sarebbe una scelta perniciosa, perché non c’è dubbio: prima o poi la storia presenta il conto.

 

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