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Il viaggio delle zucchero

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Il maggior produttore attuale di zucchero al mondo è il Brasile. Lo è sempre stato, ma fino agli anni '80 il suo dominio nel settore non era così imponente come oggi.
Fino a quel decennio, l'Italia riusciva a soddisfare il proprio consumo interno attraverso una coltura secolare di barbabietole che producevano uno zucchero di ottima qualità.
Il Veneto era la regione leader in tale produzione, ma anche altre regioni del Centro Nord erano molto attive nel settore.
La produzione di zucchero dava lavoro non soltanto a una miriade di aziende agricole, ma anche a parecchi zuccherifici in cui spesso e volentieri lavorano addirittura intere famiglie.
Società di trasporto, indotto per la manutenzione di apparecchiature la raffinazione, aziende portuali (perché parte dello zucchero veniva anche esportato) completavano un mondo di lavoratori costituito da diverse migliaia di individui.
Ma poi ci si mise la logica spietata del capitale.
Lo zucchero brasiliano (realizzato attraverso la coltura della canna) costava molto meno e il mondo del capitale cominciò a valutare che sarebbe stato meglio orientare la produzione di zucchero interamente o quasi in quel paese.
E quindi a partire dagli anni '70, le multinazionali del settore con l'appoggio incondizionato di un governo fascista amico che governava lo stato sudamericano dal 1964, decisero di attuare la svolta. 
Migliaia di ettari di terreno furono letteralmente espropriati ad un numero impressionante di agricoltori che vi coltivavano prodotti destinati alla loro sussistenza quotidiana: manioca, mais, frutteti e altro.
I pochi che tentarono di opporsi furono brutalmente costretti ad adeguarsi al nuovo corso e si trovarono insieme a tutti gli altri proprietari spodestati a diventare dipendenti delle multinazionali che si erano accaparrate dei loro terreni con la forza.
In pratica diventarono nuovi schiavi costretti a lavorare in campi di canna da zucchero per pochi soldi che spesso non bastavano manco a sfamare le loro famiglie.
Grazie a questa manovra e all'aumento impressionante della produzione a prezzi stracciati, le esportazioni di zucchero di canna esplosero nel decennio successivo tanto da mettere in ginocchio le attività italiane che operavano intorno alla produzione di zucchero di barbabietola.
Anche se lo zucchero di barbabietola è notoriamente di migliore qualità di quello di canna, non ci fu nulla da fare e negli anni '90, la produzione nostrana di zucchero fu praticamente quasi del tutto abbandonata e sostituita da campi di mais, la cui produzione risulta più costosa e dannosa per l'ambiente.
I risultati di questa squallida manovra speculativa sono praticamente tutti negativi: messa in povertà e stato di quasi schiavitù di migliaia di proprietari agricoli brasiliani, incremento dell'inquinamento per via del trasporto via nave e poi camion dello zucchero di canna prodotto in Brasile, distruzione di un intero tessuto produttivo benefico e di durata secolare nel nostro paese e consumo generalizzato di un prodotto di qualità nettamente inferiore rispetto al precedente. 
I capitalisti coinvolti nell'impresa si sono rimpinguati le tasche in modo sfacciato sulle spalle di interi stati e negli anni '80 hanno esteso i loro profitti con la coltura della canna da zucchero, quando venne deciso di usare l'alcol che si poteva realizzarne come combustibile per veicoli. 
In prima fila in questo nuovo business ci fu pure la Ferruzzi-Gardini, nota multinazionale italiana dell'epoca che aveva interessi colossali anche nel settore della chimica (il polo Enimont in quelli anni era fra le prime dieci aziende mondiali del settore).
Questa logica del capitale è la dimostrazione palese di quanto possa essere distruttiva per l'esistenza degli esseri umani e la salvaguardia dell'ambiente e può essere tranquillamente replicata per diverse tipologie di prodotti agricoli o zootecnici provenienti dal Sud del mondo.
Pensateci quando mettete un po' di zucchero nel vostro caffè!
 
Yvan Rettore
 
Questo articolo è stato pubblicato qui

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