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Il ripasso: My Bloody Valentine

Il ripasso: My Bloody Valentine

Un giorno, nel futuro, qualcuno dotato di grande pazienza si prenderà la briga di scrivere qualche pagina chiara per ridimensionare i tanti siti che, non essendo in grado di fare critica della musica rock e pop, riempiono di parole alate il web con recensioni a volte solo suggestive.

Quali sono i punti di riferimento? Un nuovo Leonardo da Vinci (si chiama Piero Scaruffi) che da anni compila da solo una enciclopedia delle arti bizzarra, incompleta e ripetitiva. L’unica cosa che gli va riconosciuta è che ha gusto (e non è poco) anche se non è in grado di esprimere con lucidità il perché delle sue preferenze.

Poi esiste un sito, Debaser, che ancora peggio prende pari pari dalle pagine di Scaruffi e ne copia le immaginose e sconclusionate espressioni. La cultura musicale pop (intesa in questo caso come prodotto di umori, emozioni e intelligenze che fanno parte di contesti sociali giovanili o culturali specifici) meriterebbe di più. Liquidata l’introduzione, ricostruiamo la storia di un gruppo importante e influente a cavallo fra gli anni 80 e 90, i My Bloody Valentine.

Il contesto: i tanto vituperati anni ’80, considerati da molti sotto la sola ottica dell’Italia da bere, delle tivù commerciali e del trash musicale, hanno ovviamente visto anche produzioni artistiche di rilievo, da noi e all’estero. Ai tempi in città come Berlino c’era un fermento musicale molto attivo e, fra i tanti gruppi, ve n’era uno di cupi e loschi ragazzi irlandesi dalla visione della vita un po’ negativa (si sa, gli adolescenti) che costruivano attorno a una sensibilità basata sul nichilismo punk una musica scarna e caotica.

Violenza, rumore bianco, c’era tutto quello che provoca in chi è insoddisfatto la tendenza ad essere un “giovane ragazzo arrabbiato” (ma c’erano già negli anni 60, e ci sono sempre stati), e che doveva provocare nelle generazioni adulte sconcerto (ma provoca in realtà solo un po’ di disturbo

Il gruppo a Berlino non sfonda, provano con l’Olanda, pubblicano un EP, tutto con scarsi risultati. Si torna in Gran Bretagna, ma a Londra, non nella nativa Dublino. Il gruppo si chiama già “My Bloody Valentine” in omaggio a un b-movie horror di qualche anno prima (un sanguinolento “slasher”, per essere precisi riguardo al genere cinematografico). A Londra il gruppo perde la tastierista Tina, poco fiduciosa nelle proprie capacità, ma trova, attraverso un provino, la bassista Debbie Googe.

La casa discografica vicina alla loro sala prove è interessata alle litanie baritonali del cantante Dave Conway, sulle quali il chitarrista Kevin Shields e il batterista Colm O’Ciosoig compongono una sorta di pulsazione che accompagna ritmicamente il testo. Arrivano delle proposte da parte di alcune sottoetichette discografiche, vengono pubblicati altri EP e suonano dal vivo precedendo sul palco altre band. Un tour li porta anche negli Stati Uniti, dove, a New York, Shields è nato e ha ancora qualche aggancio familiare.

Durante questo periodo il cantante Conway lascia la band in seguito a una gastrite; anche i più tenebrosi soffrono d’acidosi.

Si rende necessario il rimpiazzo del cantante Dave Conway e provano a mettere un annuncio, che in realtà complica la ricerca. Alla fine incontreranno Bilinda Butcher, che si aggiudica il posto dovendo però imparare a suonare la chitarra secondo lo stile del gruppo. Questo è un elemento fondamentale della loro musica su cui si tornerà dopo.

Arriva l’anno della svolta: è il 1988, hanno inciso per un’altra sottoetichetta qualche EP (per contratto il loro manager di allora si occupa dei concerti e loro si autoproducono i dischi) quando un membro della band a cui fanno da spalla li indica a uno dei responsabili della etichetta Creation come gli Husker Du irlandesi. Un complimento notevole, non c’è che dire, visto il paragone con l’importantissima band statunitense. Anche se i paragoni, soprattutto se provvisti di collocazione geografica, a volte sono involontariamente comici e anche un po’ fasulli.

Ma è quanto basta per convincere la Creation a far realizzare un paio di EP di prova e infine pubblicare il loro primo splendido album “Isn’t Anything”. Sono passati circa dieci anni da quando Shields e O’Ciosoig si mettono a suonare punk e cinque da quando si sono trasferiti a Berlino

 

La selezione di brani proposta fino ad adesso proviene proprio dal loro album d’esordio: il primo brano, intitolato “Lose My Breath” presenta il loro classico modo di suonare le chitarre acustiche, con una ritmica pesante, quasi autistica, che è responsabile, insieme all’unisono con il basso, e alla vellutata e sognante voce di Bilinda Butcher, di un’atmosfera contrastante fra un riff in minore pieno di angoscia e un coro in maggiore dall’aria celestiale.

Questo contrasto, accentuato ovviamente da un sapiente lavoro di post-produzione sui suoni molto riverberati, sui raddoppi di voci e strumenti, è il segno d’artista, la firma dei My Bloody Valentine, che vengono giustamente riconosciuti per la loro luciferina ambiguità nel saper produrre uno spaesamento fra sensazioni negative e positive. Una musica che è pop, come si diceva in principio, nel saper cogliere le alterazioni dell’umore degli individui nelle loro manifestazioni più radicali, nei vertici così come negli abissi di una sensibilità adolescenziale e nevrotica.

Di tono opposto il secondo brano, “Cupid Come”, dalla ritmica solida e dalla linea melodica del cantato non monotona, che li avvicina al rock statunitense, se non fosse per quell’introduzione, che poi ritorna come segmento fra una strofa e un’altra: due chitarre elettriche suonate utilizzando il riverbero al massimo e tenendo costantemente la paletta del tremolo in mano, producendo una nota lunghissima che procura una forma di stordimento. A rafforzare l’effetto la cascata di suoni creata probabilmente usando un oggetto, forse un archetto, su delle corde metalliche.

La forma è quella della canzone ma, ovvio, non è la complessità che conta, ma l’ingegno; in discussione è la capacità di scavare nel profondo usando un linguaggio immediato ma terrificante e scabro. Il loro fascino risiede (e lo sarà ancora di più nel maelstrom sonoro del loro secondo album) nella possibilità di suscitare il timore panico in chi li ascolta. Una delle radici classiche della musica, sicuramente quella più oscura.

“No More Sorry”, una canzone drammatica, cantata da Bilinda Butcher con un registro vocale profondo che ricorda Nico o forse ancora di più Marianne Faithfull, è un quadro dove su uno sfondo di solida tempera in bianco e nero, stratificata, si staglia una immagine fragile e profondamente malinconica.

All I Need”, sempre su sfondo noise, sembra un brano country accompagnato da un battito cardiaco e concluso dagli stessi effetti loop utilizzati dai Beatles alla fine del brano “For the Benefit of Mister Kite” contenuto sull’album “Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band”, giusto circa venti anni prima di “Isn’t Anything”. A concludere i brani estratti dal primo disco dei My Bloody Valentine è “Feed Me With Your Kiss”, un veloce rock’n'roll con un bel basso distorto e una nervosa batteria in primo piano.

Fu il brano che, contenuto in un EP, precedette la pubblicazione dell’intero disco; nonostante il pensiero comune sul web, ritengo “Isn’t Anything” superiore al secondo “Loveless”, per maggiore intensità, per maggiore equilibrio, per una immediatezza che manca al pur grandioso lavoro successivo. A “Loveless” riconosco, oltre alcune gemme della storia del rock contenute al suo interno, una influenza maggiore su molte delle band che proseguiranno sui passi intrapresi dai My Bloody Valentine.

“Loveless” è in qualche modo l’inizio e la fine, avendo fornito l’ispirazione a tante band (Lush e ancora di più Smashing Pumpkins) e avendo causato il tracrollo del gruppo e dei nervi del sensibile leader Kevin Shields che sente la pressione della casa discografica che pretende il nuovo disco in pochissimo tempo.

Passano invece circa tre anni prima che “Loveless” veda la luce, periodo in cui si favoleggia che si siano spese 250.000 sterline per la produzione (una follia per l’epoca), notizia poi smentita, che Shields preso da ossessioni da perfezionista abbia più volte bloccato i lavori e altre amenità. Personalmente ritengo che ciò che ha reso celebre e amatissimo “Loveless” sia proprio il frutto di un pasticcio nevrotico e geniale di Shields, basato sull’idea di lavorare al disco aggiungendo sugli errori nuove modifiche invece che cancellare.

Il risultato è il ritratto dello stato mentale e spirituale di Shields, e la forza del disco è di riuscire a trasmettere concretamente questo stato d’animo; un elemento di verità e comunicazione che fa parte di una vera opera d’arte. Questa ipotesi d’altronde è supportata da alcune dichiarazioni postume di Shields, che disse che finito il disco, si isolò per iniziarne un terzo uscendo letteralmente fuori di testa, alla Brian Wilson come sostenne qualcuno. E il paragone potrebbe starci, ripensando al lavoro innovativo ed estenuante condotto in studio dal Beach Boy prima della dipartita mentale.

Credo non ci sia molto da aggiungere rispetto a quanto detto, se non arrivare al rischio di smentirmi capendo alla fine del racconto la grandezza di un disco come “Loveless” per questa sua astrazione sonora difficilmente commentabile, per la sua ambiguità infernale e paradisiaca, per la stratificazione dei suoni portata all’eccesso, per la semplicità delle canzoni resa complessa dalla concettualità dell’autore e da un lavoro di postproduzione assolutamente folle (la Creation scioglierà il contratto dopo il disco per l’insuccesso commerciale, per i costi sostenuti e per la difficoltà di lavorare con Shields).

Le tre splendide canzoni precedenti cantate da Bilinda Butcher sono “Only Shallow”, che con i suoi primi 30 secondi che aprono l’intero disco assesta un’inaspettata e potente botta in testa all’ascoltatore, “Loomer” una cantilena che finisce come un raga indiano, e “To Here Knows When” dove fra voci sognanti, archi campionati e chitarre distorte si arriva a una cacofonia organizzata diabolica (il video optical e psichedelico ne è complemento perfetto).

Dopo “Sometimes”, una ballata distorta che nel suo trascorrere muta impercettibilmente, concludiamo con “Soon” che ci fa capire come sarebbe potuto essere il terzo album dei My Bloody Valentine. Si parlò addirittura di un innovativo progetto di Jungle registrato nei primi novanta ma mai pubblicato. Una cosa è certa, a questo gruppo geniale deve molto anche la scena di Manchester; non a caso Shields finirà per collaborare anche con i Primal Scream (e si sente proprio in “Soon”).

Mentre gli altri, smembrato il gruppo, diventeranno tassisti e musicisti, homeless e musicisti, madri e musiciste. Con la grande dignità di essersi fermati come gruppo a due capolavori avendo il buon gusto (assai raro) di non aggiungere altro.

 

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