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di Enrico Emilitri mercoledì 18 gennaio 2012 - 4 commenti oknotizie
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Il male (non) oscuro della Democrazia

La Democrazia è uno dei grandi paradossi della Storia...

 

La Democrazia è uno dei grandi paradossi della Storia. Se crediamo alla radice greca della parola δεμωχραθία (=governo del popolo) si dovrebbe credere ad una maggior partecipazione delle masse alla direzione, ammnistrazione e gestione della cosa pubblica, cosa che in realtà non avviene o avviene solo in minima parte.

Spieghiamoci meglio: nella concezione liberale della democrazia, sono le elite a fungere da guida invitando le masse a spingersi sempre più verso l'alto, stante la tacita condizione di non accedere (ma neppure avvicinarsi) alla cima, anche perché ciò comporterebbe la perdita del ruolo, appunto, di guida e di riferimento di una società che resta comunque verticistico-piramidale.

Il concetto base è il seguente: sin dal Medioevo si sostiene che i principali ceti sociali sono composti in prevalenza di parassiti, dato che la nobiltà vive prevalentemente di rendita, la chiesa di carità e il proletariato di solo pane e lavoro, per cui nessuno di questi investe le proprie risorse nel reale progresso economico-materiale (e, dunque, sociale e politico), mentre la borghesia destina oltre la metà dei propri utili in questa direzione, facendo oltretutto da coordinamento, per non dire da filtro, e anello di congiunzione tra tutti gli altri ceti, come dire che la borghesia è il cardine di una porta girevole le cui ante si rincorrono senza raggiungersi né sovrapporsi mai.

Il problema è che altro è gestire l'economia e i servizi (cosa che solleverebbe lo Stato e la Pubblica Amministrazione dal farlo, riservando le risorse pubbliche ad impieghi molto più utili e remunerativi), altro è mettersi alla guida del Governo, anche perché - come insegnano i vecchi saggi - lo Stato non è un'azienda, nel senso che non può essere amministrato e gestito come una qualunque azienda di produzione di beni e/o servizi, anche perché un'azienda che fallisce crea disoccupazione, uno Stato che fallisce (e questo lo dimostra la Primavera Araba) crea la rivoluzione.

C'è poi il fatto che su due presupposti non si possono costituire solo ed esclusivamente uno Stato ed una società civile: una è l'economia, l'altra è la religione.

Nel primo caso, infatti, si può utilizzare l'economia come fondamento e volano dello Stato e della società solo ed unicamente se esistono le materie prime e le risorse indispensabili, o nel caso non esistano che ve ne siano di alternative (nel nostro caso alla carenza di mezzi e di risorse si è sempre sopperito con intelligenza e fantasia), ma quando queste si esauriscono o si riducono progressivamente i fondamenti stessi del potere e della società iniziano a sgretolarsi, anche perché è convinzione comune che lo Stato e le Istituzioni politico-ammistrative siano esse stesse dei parassiti, dato che non sono produttori, bensì divoratori di ricchezze, tanto che si è soliti dire che Stati e Governi sono buoni a "Tassare, mangiare e reclutare (non solo soldati e poliziotti, ma anche manodopera gratuita o a basso costo)", offrendo dunque solo "Miseria, fame e morte", senza però tener conto che il limite del privato è, in un certo qual modo, quello dell'Uomo Vitruviano di Leonardo, nel senso che sino a quando è possibile per i privati ricorrere alle proprie risorse o a quelle di altri privati tutto va bene, ma quando il rapporto tra utili e spese (investimenti compresi) inizia ad invertirsi e diventa indispensabile ricorrere all'aiuto dello Stato o, comunque, della finanza pubblica è evidente che fare dell'economia il motore dello Stato e della società civile risulta piuttosto improprio (e non occorre essere comunisti per dirlo, basta solo un po' di buon senso).


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