Una volta il mondo lavorativo era il naturale approdo dell’uomo e della donna adulti. Oggi il lavoro è un miraggio
e il più delle volte non è scelto. È solo un modo per cercare di
sopravvivere e sperare che arrivi qualcosa di meglio. Così i malati a
causa del lavoro, e non solo per lo stress, crescono. Più di 4 milioni
di italiani sono vittime di disturbi psicologici-psichiatrici
associabili all’attività lavorativa.

I dati sono stati illustrati martedì dall’Istituto per la prevenzione e la Sicurezza del Lavoro (
Ispesl) in occasione della
XI Giornata nazionale di informazione sulla promozione della salute nei luoghi di lavoro.
Lavorare, oggi, uccide, lentamente. E gli effetti devastanti non sono solo per chi è disoccupato o è precario. Perché tra i problemi psicologici c’è chi non fa carriera, chi si ritiene vittima di soprusi da parte del capo, chi si sente vittima di mobbing da parte dei colleghi o chi è costretto a svolgere mansioni che nulla hanno a che vedere con le proprie capacità e titoli.
E sarebbero quasi 3 milioni le persone che vedono il lavoro come la causa dei propri problemi di salute.
I dati spiegherebbero quindi perché, in tutta Europa, l’assenteismo stia diventando sempre più frequente con una conseguenza, in termini economici, che va oltre i 20 miliardi di euro.
Colpa di un ritmo giornaliero, nella società con i turni di 24 ore, che non permette di avere una vita al di fuori del lavoro.
“Il lavoro nobilita l’uomo e lo rende libero” si diceva una volta. Oggi il lavoro serve solo a sopravvivere. Anzi, visti i danni che provoca in termini di salute fisica e mentale a breve non servirà nemmeno più a quello. Perché provoca danni alla salute anche a chi è disoccupato ed è costretto ad affrontare ogni giorno ansia, fobie, attacchi di panico fino ad accettare, sfinito, qualsiasi cosa abbia davanti, senza considerare la retribuzione o il tipo di contratto. Perché l’unico obiettivo diventa entrare nella categoria dei “lavoratori”.
Se l’Italia e l’Europa intendono lasciare un futuro, non necessariamente migliore, alle generazioni “giovani” devono però correre ai ripari in fretta, perché il lavoro sta distruggendo un’intera generazione.