Il Pdl perde pezzi e domani arriva il voto sul Rendiconto. Maroni: "Il governo non c'è più". Ecco i numeri e le strategie di un Palazzo che potrebbe non uscire più dal tunnel.
I numeri è meglio non guardarli. Le idee sono finite tempo fa. Il resto è uno scenario desolante. Sono ore difficili per Silvio Berlusconi, il proberbiale filo a cui il governo è appeso, ormai, è quasi del tutto consumato e le possibilità che questo esecutivo regga un'altra settimana sono minime.
Negli ultimi giorni, le defezioni all'interno della maggioranza sono aumentate in maniera esponenziale, così come i 'malpancisti' del Pdl (quelli della famosa lettera al Premier) sono sempre meno convinti che Berlusconi riesca a fare un altro miracolo, salvando così la loro pelle per l'ennesima volta. L'ultimo rintocco funebre l'ha suonato Maroni: "La maggioranza non c'è più", ha detto il ministro degli Interni in televisione, aggiungendo poi che "molto laicamente, in democrazia si vince e si perde. Se il governo cade è meglio andare alle elezioni, magari già a gennaio". Della serie, non c'è tempo da perdere, specialmente alla luce degli ultimi impegni presi con l'Unione Europea. Anche un fedelissimo come Gianni Letta sembra aver ormai gettato la spugna: "Anche se il governo dovrebbe cambiare, gli impegni presi restano". Una frase che ha fatto alzare più di un sopracciglio ai cronisti parlamentari: anche lui, il miglior amico del Cavaliere, ha cominciato a parlare di "non farcela". E' così che il sottosegretario alla presidenza del Consiglio si è corretto prontamente: "Non sto auspicando una cosa del genere". Belle parole, ma ormai è tardi: l'aria della crisi è un vento di bufera.
In Parlamento, ad ogni modo, non tutti sarebbero convinti che le urne siano la soluzione migliore, non tanto per un qualche senso di responsabilità uscito fuori da chissà dove, ma perché un governo tecnico salverebbe diverse poltrone, almeno per deputati e senatori che non hanno incarichi. Al di là dell'opportunità della cosa, questo è un discorso da non sottovalutare: qualche mese di stipendio in più non dispiace a nessuno, soprattutto considerando che per molti la rielezione è una chimera.
Di contro, un eventuale nuovo esecutivo guidato da un tecnico (il nome di Mario Monti è il più quotato), agirebbe principalmente nella direzione delle misure di emergenza per far fronte alla crisi e di una nuova legge elettorale. Quest'ultima prospettiva incute timore un po' a tutte le forze dell'arco parlamentare: le segreterie dei partiti, in questo modo, si ritroverebbero esautorate dalla loro funzione principale, quella che gli consente di nominare gli eletti e di avere un sostanziale controllo nei confronti dei propri gruppi parlamentari. Certo, la fedeltà al partito è sempre un'incognita, ma la minaccia di mancata rielezione ha sempre un peso notevole nelle trattative tra singoli e capi di parito.
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