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Il governo Conte tra passato e presente

La storia è scienza umana per eccellenza; in quanto tale, il primo insegnamento che impartisce a chi vuole capire è la “mortalità” dei suoi protagonisti, siano uomini o fatti, per lo più figli del nostro agire. Essa non studia dottrine che hanno pretese di “eternità” e con spirito laico mostra come sono caduti imperi che parevano immortali.

Quando il piccolo proprietario agricolo, nerbo delle legioni, sparì, schiacciato dal latifondo, quando il lavoro servile ridusse a zero il valore di quello libero e i costi della burocrazia, l’avidità di padroni e ceti parassitari che vivevano all’ombra della corte, imposero un opprimente sistema fiscale, si sentirono scricchiolare le fondamenta dell’Impero Romano. Come oggi – ma chi ci bada? – nacque un’emigrazione di intelligenze e capacità imprenditoriali e quella ch’era stata conquista orgogliosa, divenna un peso; chi aveva vantato uno stato di superiorità – “civis romanus sum” – varcò il confine con quanto aveva e se ne andò a vivere tra quei “barbari”, parte dei quali, intanto, proprio come oggi, in fuga dalla guerra, cominciava a premere sui confini del traballante impero.
Roma non cade sotto l’urto degli invasori, così come la globalizzazione e gli equilibri nazionali non vanno oggi in crisi per l’immigrazione. L’impero agonizza da tempo, per l’ingiustizia sociale ché vi trionfa e perché non c’è un romano disposta a lottare per uno Stato che l’opprime. Per due secoli, i barbari sono una risorsa: l’istituto dell’hospitalitas concede l’ingresso in territorio romano e offre terre in cambio di protezione militare dagli altri barbari. Sono i nuovi piccoli proprietari, ma è tardi e la perizia giuridica non salva dalle contraddizioni interne la “globalizzazione” del Mediterraneo, nata dalla “pace di Augusto”. L’Impero non è immortale. Cade.


Di questa “regola fissa” della storia dell’umanità c’è stata fino a qualche temo fa coscienza chiara e purtroppo svanita; se ne sarebbero ricavate preziose chiavi di lettura del presente, ma si è voluto fare tabula rasa dell’intelligenza critica e l’opinione pubblica la fanno ormai i servi sciocchi e la loro ignoranza. Sembra incredibile, ma è così: la regola laica della “mortalità” era così nota, che oltre venti secoli fa, prima dell’eruzione fatale, un ignoto pompeiano ne espose il senso in poche parole scritte sul muro d’un vicolo, con una vena di struggente e profetica tristezza: “Nulla v’è al mondo che in eterno duri”.

Due menzogne hanno caratterizzato la stagione dell’attuale globalizzazione, sul cui altare i chierici della sinistra ci hanno sacrificati, giungendo fino alla degenerazione di se stessi e alla morte. La fine del conflitto, anzitutto, dopo la caduta del muro di Berlino e la nascita del mondo governato dal mercato, descritto come un nuovo paradiso terrestre. Fine del conflitto – e quindi fine della storia – per assenza di interessi contrapposti e soddisfazione di tutti i bisogni. Nella narrazione di questo eden, Fukuyama e con lui una banda di mercenari al servizio del potere, hanno inventato un punto di arrivo di un processo storico “unidirezionale”: il grande sviluppo tecnologico come garante della dignità del lavoro. La seconda menzogna – il processo è irreversibile, inutile citare Marx o Keynes, non c’è alternativa – trova in questi giorni la più clamorosa smentita.
A riprova della laicità delle leggi della storia, torna il protezionismo. Dopo decenni di rimozione, lo riportano in vita prima la Brexit, poi il Presidente degli degli USA, cui fa da sponda, significativa per quanto piccola, Conte. E’ una sorta di dottrina di Monroe in tema di economia: non impone altolà a spedizioni militari, ma modifica il principio in una formula più aderente ai tempi; non “l’America agli americani”, ma “prima gli americani”. Torna il protezionismo ed è subito sinonimo di conflitto e antitesi della religione neoliberista.
Su questa linea si muove da noi – e non è un caso – il governo Conte. Gli si potrà sparare addosso come si vorrà, bisognerà chiedersi se ha intercettato il treno della storia. E’ un governo fascista? E’ di certo pericoloso e per tutto il resto vedremo. Guai però ai democratici che vivono di astrazioni, se non proveranno a capire quanto questo governo risponda a un problema storico reale che chiede una risposta seria. Nel momento in cui il capitale finanziario attraversa come un lampo ogni frontiera e diventa “internazionalista” come non mai, quali sono i rischi che corre la democrazia, se la risposta delle sinistre in termini di difesa dei diritti del lavoro, della produzione reale, del ruolo del conflitto sociale, non è la lotta di classe, che sarebbe risposta “internazionale”, ma l’adozione del modello neoliberista come l’unico possibile? Una domanda urgente, soprattutto per un Paese che ha la nostra storia.

Non capiremo nulla del governo Conte, se cercheremo i suoi errori, senza fare i conto coi nostri; se non sapremo valutare a fondo il ruolo svolto dal PD – quello sì, davvero populista – nella nascita di generazioni alienate e stritolate dalla sterilizzazione del pensiero critico e dalla colonizzazione delle menti, soprattutto quelle giovani. Non sono stati Salvini e Di Maio a creare quello che Luigi Russo definirebbe un “popolo di iloti”. Forse dovremmo provare a riflettere sui nostri slogan, capire se il problema sia il populismo o la degradazione dei lavoratori in ‘plebe’, in una moltitudine che non è massa, ma conglomerato di consumatori, la cui vita oscilla tra cellulare e telecomando, difesa impaurita di apparenti privilegi, che sono danni. Masse che sono ormai un’immensa e vischiosa sabbia, sulla quale non è possibile costruire e però è terribilmente permeabile ai luridi liquami della propaganda, alle verità di fede del pensiero unico.

Una sabbia su cui, come è giunto il temporale della crisi, la pioggia ha gettato domande primordiali e bisogni al limite della sopravvivenza. A questa plebe simile a sabbia che si fa fango, Conte lancia segnali di discontinuità e pare salvifico. Sembra un regime? Non lo sapevamo, noi, che il capitale finanziario fa della crisi l’incubatore dell’abbrutimento e la culla dei fascismi? Che l’estrema destra ha un’anima sociale? Ora non serve attaccare a testa bassa. Occorre fare politica, avendo chiari almeno tre principi: a) nulla v’è al mondo che in eterno duri; b) non si vince, stando assieme al principale alleato del nemico; c) non è più tempo di congreghe e gruppi isolati fra loro.

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