1. Con le parole “Benvenuti a casa” Obama ha salutato il rientro degli ultimi soldati americani d’istanza in Iraq. Per la prima volta nella storia, uno Stato celebra in pompa magna la propria sconfitta in guerra.
I numeri dell’Iraq dopo quasi nove anni all’insegna di questa scellerata campagna militare sono terribili, senza nient’altro da aggiungere. “Chiedete ad un qualsiasi iracheno se si sta meglio oggi o se si sentivano più sicuri sotto Saddam”, ha icasticamente affermato un veterano nel corso di un’intervista a Press Tv, ricordando i costi umani della guerra: 1,3-1,4 milioni di morti, 4 milioni di orfani, 5 milioni di rifugiati. Oltre ad un’intera generazione segnata dal trauma dell’occupazione.
I numeri degli USA non sono migliori: tra i 3.600 e i 4.400 miliardi di dollari di costi e oltre 4.500 soldati uccisi. Senza contare un tasso di disoccupazione tra i veterani del 12% (la media nazionale è il 9%), caso strano nel Paese che più di ogni altro è riuscito ad assicurare una seconda vita (nell’amministrazione, nelle università, o persino nei talk show) ai suoi eroi che dopo aver smesso la divisa.
Qual è il significato di fondo della disastrosa campagna irachena? Nel 2003 Bush decise di invadere l’Iraq per indurre l’Arabia Saudita ad aumentare la produzione petrolifera allo scopo di adeguarla al crescente fabbisogno interno degli americani. Oggi il prezzo del petrolio è quintuplicato rispetto a otto anni fa e la democrazia in Iraq ha portato al potere la maggioranza sciita, consegnando di fatto all’Iran un ampio margine di manovra nelle questioni interne del Paese. Il peggiore scenario possibile sia per Ryadh che per Washington.
2. Il ritiro americano lascia diverse questioni irrisolte. Oggi l’Iraq è un Paese frazionato e diviso secondo logiche di potere legate a questioni etnico-confessionali, guidato da un governo tacciato di corruzione e dispotismo ma incapace di sostenere le pressioni dei diversi attori sia interni che esterni.
Quanto al primo punto, il futuro politico di al-Maliki è legato ai recenti colloqui con la Casa Bianca e alle costanti pressioni del suo oppositore Alawi (qui un’analisi sui possibili scenari) nonché di Moqtada al-Sadr. L’oggetto del contendere verte su molti aspetti: su tutti, la presenza di formatori americani anche dopo il ritiro delle truppe d’occupazione e l’immunità nei confronti di questi.
Il presidente Talabani ha sempre ribadito che la politica irachena è unanime sulla questione del ritiro americano; tuttavia ritiene necessaria la presenza degli addestratori al fianco delle nuove forze di sicurezza. Moqtada al-Sadr, al contrario, vuole che il ritiro delle truppe straniere sia totale e incondizionato per ridare credibilità allo Stato iracheno.
Poi ci sono gli attori esterni, che stanno giocando un ruolo chiave per mantenere l’instabilità nella nuova democrazia. Messa da parte la Siria, impegnata oltremodo dai problemi interni, la partenza degli americani aprirà la strada all’influenza iraniana nel Paese, peraltro già in atto dall’indomani della caduta di Saddam. Vari e diffusi sono i segni della presenza di Teheran in Mesopotamia: dai gruppi di pellegrini nei luoghi sacri iracheni dello sciismo, alle marche di molti prodotti presenti sugli scaffali dei mercati, dagli investimenti di società iraniane in forniture elettriche al progetto di una rete ferroviaria che avvicini i due Paesi. L’Iraq si trova ad essere al centro del Grande gioco tra Washington e Teheran.
Non fatemi domande e io non ne farò a voi
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