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Il dio di Pueblo viejo: un mostro a doppia faccia. Viaggio in Repubblica Dominicana, nella seconda miniera d’oro più grande al mondo

Reportage pubblicato originariamente su Planeta Futuro/El PAÍS e in traduzione italiana su lamericalatina.net, integrato da un’ampia fotogallery e da un’intervista radiofonica rilasciata a Giorgia Bresciani per RadioInBlu.

La chiamano “il mostro”. Un mostro che non dorme mai. Che divora pareti di roccia, prosciuga corsi d’acqua e sputa fumo ininterrottamente, ventiquattrore al giorno, trecentosessantacinque giorni all’anno. In molti, però, assicurano che non si nutre soltanto di montagne e fiumi, ma che esige anche sacrifici umani, vite innocenti da offrire a un dio senza scrupoli: il dio dell’oro.

È la miniera di Pueblo Viejo, nella provincia di Sanchez Ramirez, in Repubblica Dominicana, Paese che nell’immaginario comune rappresenta uno dei paradisi turistici più ambiti dei Caraibi, dove migliaia di viaggiatori da tutto il mondo trascorrono ogni anno vacanze da sogno. Qui, tuttavia, a 100 chilometri dalla capitale Santo Domingo, una voragine profonda trecento metri squarcia la terra per oltre due chilometri, come una cicatrice aperta nel cuore di un paesaggio tropicale. Una ferita immensa, la seconda miniera a cielo aperto più grande al mondo, con riserve d’oro e d’argento stimate rispettivamente in 25 e 120milioni di once, cifre che farebbero rivoltare nella tomba gli antichi conquistadores spagnoli, i quali per primi individuarono il giacimento, salvo poi abbandonarlo ritenendolo poco fruttuoso.

Cinquecento anni dopo, ad estrarre i metalli preziosi in questo stesso luogo è la multinazionale canadese Barrick Gold Corporation, il maggior colosso aurifero a livello mondiale, proprietario, oltre che della Pueblo Viejo in Repubblica Dominicana, di altre dodici operazioni minerarie distribuite in nove diversi Stati. Il tutto per un fatturato da capogiro: più di otto miliardi di dollari solo nel 2017.

Quando nel gennaio del 2013 l’impresa canadese aprì i battenti a Pueblo Viejo, segnò un ambiguo primato nella storia della Repubblica Dominicana, divenendo il più ingente investimento straniero mai registrato nel Paese. Il governo in carica, entusiasta, festeggiò la rinegoziazione del contratto concessionario, che accresceva gli introiti dovuti allo Stato, e annunciò benefici straordinari per tutta la popolazione. Di lì a poco, però, con i lavori estrattivi e di processamento del minerale a pieno regime, le cose avrebbero preso una piega completamente diversa.

La zona interessata dalle operazioni minerarie, infatti, circonda letteralmente alcune piccole comunità contadine, improvvisamente ritrovatesi a convivere con quella che alcuni hanno presto ribattezzato, appunto, “il mostro”: non solo la vera e propria cava dove si trivella il suolo e dove transitano senza sosta decine di camion dalle proporzioni gigantesche, ognuno con un carico di duecento tonnellate di materiale roccioso, generando polvere e frastuono; non solo il polo industriale dove si realizzano i processi chimici necessari all’estrapolazione dell’oro, per il quale si utilizza il temuto cianuro ed altre sostanze tossiche; ma anche un’enorme diga per il contenimento delle acque reflue, un muro di oltre duecento metri d’altezza e lungo più di un chilometro che, come un imperturbabile gigante di pietra, sovrasta le comunità a valle. Queste, riunitesi nel Comité Nuevo Renacer, hanno così cominciato a dare battaglia, protestando con tutte le forze contro la presenza della miniera: prima per denunciare lo sfregio delle terre in cui vivono da generazioni, poi per l’acqua che ha iniziato a scarseggiare, rendendo difficile sostenere i bisogni quotidiani come lavarsi e cucinare; in seguito perché quell’acqua, già insufficiente, ha cominciato a destare il sospetto di essere contaminata; infine, per dire al mondo che troppe persone si stavano ammalando e morendo, proprio come le piantagioni di cacao e banano della zona.

“DA QUANDO È ARRIVATA LA BARRICK, QUI NON C’È PIÙ VITA PER NESSUNO. STIAMO MORENDO TUTTI, GIORNO DOPO GIORNO. L’ACQUA È CONTAMINATA, GLI ANIMALI CHE LA BEVONO MUOIONO E I BAMBINI NON POSSONO PIÙ GIOCARE NEL FIUME COME FACEVAMO UNA VOLTA, ALTRIMENTI SI RICOPRONO DI PUSTOLE. QUELL’IMPRESA CI HA ROVINATI,ROVINATI! I RACCOLTI MARCISCONO E NESSUNO PUÒ PIÙ VIVERE QUI”.

A parlare così è Lupe Diaz, un contadino di sessant’anni che insieme alla moglie vive da sempre nella comunità di La Cerca. Ma secondo il Comité Nuevo Renacer sono almeno 600 le famiglie che come quella di L sono da considerarsi a rischio per la presenza della miniera. Il timore più grande, inoltre, per coloro che vivono proprio sotto il muro della diga, è che questa possa cedere improvvisamente, inondando la valle e lasciando senza scampo decine di famiglie. Solo poche settimane fa, alcune piccole scosse di terremoto hanno fatto temere il peggio e in molti, presi dal panico, sono corsi fuori casa nel mezzo della notte. Carlita Abreu, della comunità di Las Lagunas, era tra queste:

“È STATO TERRIBILE. QUI NOI VIVIAMO SOTTO UNA BOMBA A OROLOGERIA E NESSUNO SA QUANDO POTRÀ ESPLODERE. MAGARI UN TERREMOTO PIÙ FORTE O UN CICLONE O QUALSIASI COSA, NON LO SO… MA SE QUEL MURO CROLLA SIAMO TUTTI MORTI, SEPOLTI VIVI”.

Con una certa rassegnazione, dovuta anche alla scarsa fiducia nelle istituzioni del proprio Paese, i membri del Comité Nuevo Renacer non chiedono più la chiusura della miniera. Hanno capito che il mostro è più forte di loro. Dal governo, ora, esigono il ricollocamento delle comunità interessate in luoghi ritenuti sicuri per la salute. Per questo, il 6 novembre 2017, alcuni di loro si sono incatenati in segno di protesta lungo la strada che conduce all’ingresso della miniera. Da allora, nonostante un primo violento sgombero, promettono di resistere in presidio permanente finché non vedranno accolte le loro richieste. Ludovino Fernández è uno degli incatenati:

“NOI CHIEDIAMO UNA RIUBICAZIONE ALLO STATO, PERCHÉ QUI ABBIAMO PERSO TUTTO: LA SALUTE, IL LAVORO, TUTTO. NON ABBIAMO SCELTA. SE VOGLIAMO VIVERE DOBBIAMO LASCIARE QUESTO POSTO, CHE È DIVENTATO UNA VALLE DI MORTE. PER QUESTO VOGLIAMO IL RICOLLOCAMENTO”.

Nonostante l’attenzione mediatica che “gli incatenati” sono riusciti a calamitare anchea livello internazionale, per il momento il governo dominicano non sembra disposto ad accoglierne le richieste. Secondo il ministro di Energia e Miniere Antonio Isa Conde, infatti, non esiste alcuna prova che dimostri la contaminazione delle acque o delle terre, dunque ufficialmente non si riscontrano rischi concreti nemmeno per la salute umana.

“TUTTI I RAPPORTI CHE MI SONO STATI PRESENTATI DALLE AUTORITÀ COMPETENTI AFFERMANO CHE NON C’È UN PROBLEMA DI CONTAMINAZIONE. ABBIAMO PERSINO IMMESSO DEI PESCI NEL FIUME E ABBIAMO VISTO CHE SI STANNO RIPRODUCENDO”.

I contadini in lotta, però, replicano sostenendo che il ministro e l’intero governo sono alla mercé della Barrick Gold, che avrebbe letteralmente comprato il loro silenzio, così come quello di medici e ingegneri della zona, pronti a negare qualsiasi implicazione dell’impresa tanto rispetto al tema della contaminazione ambientale quanto rispetto al tema della sicurezza strutturale della diga. Maria De La Cruz Mariano è una delle più convinte sostenitrici di questa tesi e non esita nel rendere pubbliche le sue accuse:

“SONO TUTTI VENDUTI! CORROTTI E VENDUTI! HANNO SVENDUTO LA NOSTRA TERRA, LA NOSTRA SALUTE, IL NOSTRO STESSO PAESE A UN’IMPRESA STRANIERA! LA BARRICK QUI FA IL BELLO E IL CATTIVO TEMPO. OGNI COSA LA AFFRONTA A SUON DI DENARO CONTANTE. MA PER ME RESTANO TUTTI DEI MISERABILI E DEI DISGRAZIATI, PERCHÉ CI STANNO RUBANDO LA VITA,CHE È IL BENE PIÙ PREZIOSO. NON HANNO DIGNITÀ.”

Comunque stiano le cose, resta il fatto che gli introiti che riceve lo Stato dominicano grazie alle operazioni della miniera di Pueblo Viejo non sono certo di quelli cui si vorrebbe rinunciare. Solo nel 2013, al suo primo anno di attività, la Barrick Gold ha contribuito per il 55% alla crescita del PIL dominicano e, nei successivi quattro anni, tra imposte dirette e indirette, ha versato complessivamente alle casse dell’erario circa un miliardo e seicento milioni di dollari, collocandosi al primo posto nel ranking nazionale delle maggiori imprese contribuenti.

D’altra parte, nemmeno la società canadese è disposta a rinunciare a una delle miniere più redditizie al mondo, con una vita utile che potrebbe superare i 25 anni. Dal suo ufficio di Responsabilità Sociale, la direttrice della comunicazione Arlina Peña rigetta tutte le accuse mosse dal Comité Nuevo Renacer:

“TUTTI I RILIEVI ISPETTIVI CHE SONO STATI EFFETTUATI IN QUESTI ANNI CONTRADDICONO QUELLE DENUNCE E, AL CONTRARIO, EVIDENZIANO UN MIGLIORAMENTO DELLA QUALITÀ DELLE ACQUE, RISULTATO DI UN LAVORO DI RISANAMENTO DEL PASSIVO AMBIENTALE LASCIATO DALLE PRECEDENTI OPERAZIONI ESTRATTIVE DI CUI CI SIAMO FATTI CARICO”.

Fa poi sapere che la Barrick Gold di Pueblo Viejo, oltre a vantare la certificazione internazionale sul trattamento del cianuro (ICMI), ha fatto della sostenibilità ambientale e sociale il suo vero cavallo di battaglia, contribuendo allo sviluppo economico della zona con il finanziamento di innumerevoli progetti nel campo dell’educazione, dello sport, della salute e, appunto, dell’ambiente.

Per i membri del Comité Nuevo Renacer, tuttavia, queste non sarebbero altro che abili operazioni di marketing, utili da un lato a pulire l’immagine della multinazionale e, dall’altro -magari con l’offerta di qualche posto di lavoro -, a guadagnarsi la benevolenza degli stessi comunitari.

Non tutti coloro che vivono all’ombra del mostro, infatti, lo considerano tale. Una parte delle famiglie residenti nella cosiddetta valle della morte è altrettanto determinata nel sostenere il contrario. Secondo Juan Francisco Yepe, ad esempio, le denunce relative alla contaminazione sono tutte falsità di cui gli stessi promotori sono ben consapevoli, ma vengono utilizzate strumentalmente per fini personali, nella ricerca di un beneficio esclusivamente economico.

“NON C’È CONTAMINAZIONE, O MEGLIO, C’È SEMPRE STATA. MA ORA QUALSIASI COSA ACCADA È SEMPRE COLPA DELLA BARRICK, ANCHE IL MAL DI TESTA ORA È COLPA DELLABARRICK, MENTRE LA VERITÀ È CHE LA BARRICK HA PORTATO PROGRESSO E LAVORO IN QUESTA ZONA DOVE NON C’ERA NULLA… QUELLI CHE PORTANO AVANTI LA STORIA DELLA CONTAMINAZIONE LO FANNO SOLO PER UNA QUESTIONE DI INTERESSE. CHIEDONO LA RICOLLOCAZIONE PERCHÉ VOGLIONO UN INDENNIZZO, TUTTO QUI, VOGLIONO RICAVARCI DEI SOLDI.”

E così, la miniera di Pueblo Viejo assume le fattezze di un mostro a doppia testa, i cui contorni, tuttavia, appaiono incerti e confusi, come a voler rimescolare le carte del bene e del male, in un gioco di oscure ambiguità. Non ci è dato sapere se questo dio dell’oro, persopravvivere, ha bisogno anche di vite umane, ma una cosa è certa: il tributo da offrire ha un prezzo altissimo e si misura nel conflitto intestino che dilania le comunità, pronte a scambiarsi reciprocamente accuse e minacce di ogni tipo. Un tempo, i saggi latini, avrebbero sentenziato“Divide et Impera”.

 

Leggi il reportage in spagnolo sul portale Planeta Futuro (El País): clicca qui.

Ascolta l’intervista su Radio InBlu (insieme a Alfredo Somoza): clicca qui.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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