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Il Ripasso 2: Slint

Sorprendenti. La prima cosa che mi viene da pensare è come nel Kentucky del pollo fritto, anche se nella capitale Louisville, dei bambini di 11-12 anni (adesso si dice così no? si retrocede con la classificazione dell’età, una volta si sarebbero chiamati ragazzini…) inforchino chitarre elettriche, uno picchi su una batteria, un altro tenga il ritmo sul basso e così nasce una punk band. 11, 12 anni. In Italia a 11, 12 anni cosa fanno oggi i “bambini”? giocano alla Playstation o come cavolo si chiama (Wii?) e stop. Non la disprezzo, uno dei migliori film che abbia visto recentemente è, su youtube, un gioco delirante che si chiama Dante’s Inferno e che sembra una parodia della Divina Commedia rivisitata dal genio immaginario di Peter Jackson. Ma ricordo che a 11, 12 anni anche io volevo inforcare un basso e suonare. Altra differenza: negli US i genitori comprano ai figli gli strumenti musicali senza troppi problemi e glieli fanno suonare in garage con gli amici, e non si interessano a questioni didattiche. L’ho visto attraverso giovani musicisti che si davano alla classica senza saperla suonare alla perfezione, ma alcuni di loro hanno imparato meglio e più in fretta di chi logorava i suoi nervi e quelli altrui studiando continuamente esercizi di perfezionamento. Torniamo ai bimbetti in questione; questi sbarbatelli all’inizio degli anni 80 seguivano la musica che circolava copiosa negli Stati Uniti, la voce ufficiale della ribellione adolescenziale, l’hardcore: una forma di punk musicalmente meno approssimativo e forse più duro. Numi tutelari gruppi come i Black Flag. Dopo le prime prove, probabilmente fracassone, i due amici inseparabili (l’amicizia è uno dei migliori veicoli per l’arte) Britt Walford alla batteria e Brian McMahan alla chitarra e alla voce modificano continuamente la formazione e cambiano nomi su nomi. Alcune foto strappalacrime ce li mostrano giovanissimi che sorridono alla macchina fotografica o si atteggiano a duri. I due amici del cuore provano anche 5, 6 ore al giorno le loro idee musicali per 5 giorni la settimana. L’entusiasmo unito alla costanza viene spesso premiato, se c’è talento. E questi ragazzi oltre al talento sono stati cresciuti con una cultura musicale rock sicuramente raffinata. In sintesi: trovano il secondo chitarrista, David Pajo, un bassista, Ethan Buckler, e l’interesse di un guru dell’epoca, Steve Albini (da Chicago con furore, oltre mille fra registrazioni e produzioni, leader dei Big Black, dei Rapemen, degli Shellac). E’ il 1987, i bimbetti hanno ora più o meno 18 anni e realizzano un album, “Tweezer”, dove il marchio di fabbrica di Albini è evidente: chitarre fortemente effettate, una registrazione che taglia nettamente i bassi dando l’impressione di un suono affilato, come taglienti sono i vetri in frantumi che si sentono in ”Carol”. I titoli dei brani sono i nomi dei loro genitori (che figli adorabili!) e il nome della band è lo stesso del pesciolino del batterista: Slint. 

Il suono degli adolescenti USA: apparentemente anonimi, ma portatori di un muro sonoro drammatico e rabbioso. “Tweezer” è un’opera imperfetta: brani come bozzoli che devono schiudersi e produrre creature musicali più articolate. Le basi tecniche ci sono, c’è la consapevolezza che oltre il quattro quarti esistono ulteriori possibilità espressive per il rock, senza rinunciare alle sue asperità, alla sua durezza. Da questi presupposti e da felici esperimenti nasce il loro album capolavoro, “Spiderland“, questa volta prodotto con un suono pieno, corposo, con la presenza di un nuovo bassista, Todd Brashear, e che si apre così:

La canzone è “Breadcrumb Trail”: due armonici seguiti da due terzine e una nota lunga e così circola il tappeto sonoro sul quale si intrecciano gli altri strumenti e una voce sussurrata. Se non è necessario cantare, rinuncia – ottimo espediente. E quando meno te l’aspetti le chitarre esplodono ricche di effetti con un bel feedback urlante (quanto la voce). I giovani talenti sono eccezionali nell’arte di costruire quadri musicali e accostarli l’uno all’altro rendendo sensati anche gli stacchi più contrastanti. La batteria metronomica di Walford da l’avvio a Nosferatu Man: l’ingenuità è tutta nei titoli e nei testi, dove si rivela la vera età anagrafica dei ragazzi di Louisville, ma la musica è di una maturità notevole. Nosferatu Man è il pezzo più rock, ma anche quello con uno sviluppo più inaspettato, un flusso musicale di costante cambiamento, dove a reggere la struttura è solo la parte ritmica. In questi due brani gli echi più evidenti sono quelli provenienti dai King Crimson di Red (1974) forse il vero brano, e disco, di rottura della storia del rock per come si era fino ad allora manifestato nel suo aspetto più estremo (hard rock/heavy metal).

Ma è con un brano come “Don, Aman” con l’ingresso della voce sul silenzio, e la melodia ripetuta dalle due chitarre e dal basso, che gli Slint imprimono una svolta sulla musica a venire, su quei gruppi che si caratterizzeranno su fragili e lente melodie. Le chitarre suonate in un modo così primitivo non sono a pensarci bene una grande novità: i Sonic Youth prima di loro, e ancora prima le chitarre strimpellate in modo molto chic da Brian Eno nel suo primo disco solista (1973), sono sicuramente gli esempi che precorrono (nel loro approccio approssimativo, frutto di un progetto artistico, vedi Velvet Underground) questo stile semplice e diretto, ma che qua scarica ogni pretesa intellettuale a favore di un’arte più sincera e viscerale, violentemente espressionista. E in questa bipolarità dell’accoppiare frammenti musicali opposti, dopo il gracchiare elettrico torna la melodia depressa delle due chitarre e del basso. E il cerchio si chiude perfettamente in una infinita melanconia. Basta un disco di persone poco più che adolescenti, provenienti in questo caso da famiglie borghesi di uno stato un po’ provinciale, per influenzare molti, ma veramente tanti, musicisti statunitensi che avevano finora fatto scorpacciate di hardcore e garage rock in alcuni casi di grandissima qualità. Con “Spiderland” si apre una breccia nuova, forse una rielaborazione di qualcosa che già c’era, il progresso di un discorso interrotto una generazione prima, rinnovato, rielaborato, e quindi assolutamente nuovo. I quattro, realizzato il capolavoro, sciolgono il gruppo perché bisogna impegnarsi con gli studi al college! Ovviamente visto il loro talento torneranno, assolti gli impegni di studio, a suonare separatamente in alcune delle più importanti e influenti band degli anni ’90, ma non torneranno più come Slint se non per un paio di tournée abbastanza recenti. “Good Morning, Captain”

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