Democrazia per tutti: per i Paesi arabi poveri e per quelli ricchi
Povertà, istruzione, social network: agitando per bene questi tre fattori si ottiene un mix esplosivo che nel mondo arabo è giunto a mettere in discussione anche i rais più autocratici.
E’ accaduto prima in Tunisia e poi, a catena, in Egitto, nello Yemen… domani chissà!
Le piazze delle loro capitali si sono sollevate per chiedere libertà, lavoro e benessere economico e riforme democratiche. Richieste giuste, sacrosante contro regimi cristallizzati che parevano eterni.
Stranamente, però, le proteste si sono scatenate nei Paesi più poveri, anche se i più carichi di cultura e di storia.
Nulla, invece, si è mosso nelle cosiddette “petro – monarchie”, nei paesi grandi produttori d’idrocarburi. Come se qui tutto andasse nel migliore dei modi. In realtà, non esistono Costituzioni, Parlamenti, elezioni (nemmeno col trucco), libertà civili e religiose, e i cittadini, soprattutto le donne, vivono dentro un medioevo lugubre e penoso, senza speranza di rinascimento.
Eppure, nessuno, in Occidente e in estremo Oriente, osa disturbare, censurare, diffidare il manovratore ossia quella caterva di re, sultani, emiri e loro corti al seguito il cui potere deriva dal sottosuolo dove si nascondono enormi riserve petrolifere e di gas.
Quasi che la libertà non fosse un valore universale inalienabile, ma una merce da barattare con altre merci, caso per caso.
La transizione democratica, l’uguaglianza fra uomini e donne, la tolleranza, la convivenza fra culture e religioni diverse?
Se ne parlerà alla prossima rivolta. Due pesi e due misure?
Soprattutto, a me pare, un’incorreggibile miopia politica dell’Occidente che non riesce a vedere oltre il barile di petrolio
La “rivoluzione” degli internauti
E così, oggi, abbiamo le piazze di alcune importanti capitali arabe invase dalle proteste sacrosante soprattutto di studenti, diplomati e disoccupati.
Nessuno l’aveva previsto. Nemmeno i potenti servizi segreti. I giornali, le Tv, che raramente si sono occupati di questi paesi, per altro, a noi vicini, le hanno frettolosamente battezzate “rivoluzioni”, aggiungendovi una bizzarra tipicità locale (quella tunisina l’hanno chiamata dei gelsomini) quasi a volerla ingentilire per non spaventare nessuno in Occidente.
In realtà, si tratta di rivolte espressione di uno stato d’animo colmo di rabbia e di amarezza accumulate nel tempo, di una condizione sociale che, finalmente, insorge contro le ingiustizie e le più sfacciate ricchezze.
L’obiettivo è chiaro: cacciare i tiranni a capo di regimi autoritari e corrotti, garantire la libertà per tutti e riformare i sistemi elettorali fatti su misura per il rais di turno.