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  Home page > Attualità > Società > I paradossi della crisi: il gioco d’azzardo
di Giuseppe Caglioti lunedì 9 maggio 2011 - 3 commenti oknotizie
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I paradossi della crisi: il gioco d’azzardo

L’economia italiana è ormai poco più che uno strano teatrino dove si confrontano pupi e mastri pupari sempre più alienati e alienanti rispetto al loro pubblico e ai problemi delle tasche di quelli che assistono alle loro schermaglie, senza capirci un granché tra l’altro, ma questo spettacolo, lungi dal deliziarli, colpisce alla grande l'intima economia di categorie deboli sotto molti altri aspetti.

Se da un lato c’è il Presidente del Consiglio che, tra le esimie scemenze che spara a ripetizione, cerca sempre di portare avanti il suo malsano progetto nucleare, forse perché vorrebbe incrementare i dividendi che percepisce - sia lui che i suoi “clientes” - dalle grandi multinazionali italiane dell’energia come Eni ed Enel, dall’altro c’è il capo di Confindustria che, pur non avendo fatto praticamente nulla per impedire che un discreto numero di aziende italianissime andassero a produrre all’estero, licenziando a man bassa, sfruttando tra l’altro la crisi, sottraendo Pil alla nazione, ha ancora l’ardire di indirizzarsi al premier e alla sua truppa di faccendieri elencando le cose delle quali l’Italia ha bisogno e che sono “poche riforme chiare, non sussidi, non incentivi, non aiuti. Riforme che permettano allo Stato di ridursi e di funzionare meglio”, ma non ha ancora capito evidentemente che ai suoi referenti importa poco dello stato dell’industria italiana.

Intanto, stando a un’inchiesta di Repubblica - circa la quale per esser confermata nelle sue veritiere affermazioni, basterebbe solo dare un’occhiata a locali dove ci siano video poker e affini - l’industria del gioco d'azzardo gestisce in modo “legale” un business che alla fine di quest’anno arriverà a circa 80 miliardi di euro. Addirittura una quindicina di volte il giro d’affari annuo della capitale del gioco d’azzardo, Las Vegas. In tutto ciò lo Stato incassa il 10%. Stando sempre all’inchiesta del quotidiano, il gambling legale è la terza “industria” dopo le stesse Eni e Fiat. Qualcosa che equivale a circa sette “finanziarie”. Oltre all’aspetto legale e trasparente che vede nel settore ca.120mila addetti, con 1.500 tra gestori, concessionari ed esercenti, con gruppi come Snai e Lottomatica che controllano buona parte del mercato, c’è da valutare l’altra faccia della medaglia, quella oscura, ossia le concessioni concesse dal 2004 ad aziende poco chiare, per non dire proprio occulte, che operano spesso on-line, mentre sono in calo le scommesse tradizionali. La succitata inchiesta ha messo in evidenza come dietro tale “volto oscuro” ci siano personaggi legati, sia alla politica (alla destra in particolare) e ad ambienti mafiosi, con società che hanno le loro sedi, in gran parte, nei paradisi fiscali delle Antille.

Negli ultimi giorni la Corte dei conti, la Direzione nazionale antimafia e la commissione parlamentare antimafia hanno sollevato molti dubbi; in più, circa una quarantina di parlamentari di tutti gli schieramenti politici hanno presentato una serie di interrogazioni alquanto circostanziate.

Alcuni, come il procuratore Pietro Grasso, alla guida della commissione antimafia, cominciano a chiedersi perché mai l'Aams - ossia l'amministrazione autonoma dei Monopoli - e lo Stato italiano abbiano agito “con grande superficialità e senza un approfondito esame dei soggetti che avevano presentato domanda”.


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