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Haiti: l’Onu accusata di aver contribuito all’espansione dell’epidemia di colera

Dall'accusa generica di non aver contrastato adeguatamente il fenomeno, ora si passa a qualcosa di decisamente più pesante. Secondo quanto attestato da alcune vittime, alla base della propagazione dell'epidemia di colera che ha colpito Haiti ci sarebbe l'invio di forze di peacekeeping dell'Onu.

L'epidemia, che ha colpito più di 650000 persone, uccidendone 8300, è in corso dal 2010. Un panel istituito dall'Onu e per questo ritenuto "indipendente" non è giunto a nessuna conclusione sufficientemente certa. Il primo ministro haitiano, Laurent Lamothe ha proposto di conseguenza una commissione bilaterale, senza avere però ricevuto alcuna risposta.

Si tratta comunque di una svolta - come spiega il Miami Herald - perché fino a questo momento il governo guidato da Michel Martelly aveva rifiutato di porre responsabilità dell'epidemia in capo all'Onu. Questo nonostante molte vittime e addirittura qualche esperto della stessa organizzazione abbiano messo in dubbio l'operato post-terremoto.

Anzi, il capo d'accusa verteva sulle forze di peacekeeping che il Nepal aveva inviato, accusate di essere l'origine dello spargimento della malattia in un paese già disastrato dal terremoto, e quindi in condizioni igienico-sanitarie perfette per permettere il contagio del colera. E quel che importa è che non si trattava di voci popolari tese a cercare l'untore, ma di analisi provenienti dagli Us Centers for Disease Control and Prevention. Anche se solo di sospetto si tratta, rimane comunque un colpo mortale: l'idea stessa che l'Onu invii forze capaci di contagiare, anche solo per incuria, la popolazione sofferente che dovrebbero aiutare, mina la stessa funzione basilare del peacekeeping. Così come sarebbe un colpo mortale la prospettiva di aggiungere ai 2,2 miliardi di dollari messi a disposizione da Ban Ki-Moon per abbattere l'epidemia, altri 100mila dollari per ogni famiglia che abbia perso un parente e 50mila per ogni contagiato.

Gli studi, d'altronde, lasciano molte perplessità, per non dire parecchi dubbi. È quanto riporta il New York Times mostrando come le criticità nel sistema sanitario del campo Onu abbiano permesso di contagiare il fiume antistante, che per ironia della sorte è affluente del più grande corso d'acqua del paese: l'Artibonite. Le conseguenze sono immaginabili.

I caschi blu sono regolarmente parte dello staff di una grande organizzazione internazionale, di conseguenza non dovrebbero teoricamente rispondere giuridicamente di azioni compiute in virtù di ordini ricevuti da superiori, a meno che si tratti di violazioni di istruzioni apertamente ricevute. La questione è dunque più intricata di quanto possa sembrare. Di certo però a rispondere è l'Onu, che si fregia di protettrice dell'intero ecumene e non sempre è stata all'altezza di tale pomposa autocelebrazione.

Importante sarebbe invece riconoscere le responsabilità dei soldati - se fossero davvero colpevoli - perché significherebbe la fine dei caschi blu come dismissione di eserciti troppo costosi, mandati a scaricare le proprie energie sotto il buon nome dell'Onu, invece di quello pessimo della propria nazione di appartenenza. Significherebbe insomma che la pacchia è finita. La questione - però - è ancora altamente ipotetica.

 

Foto: Colin Crowley/Flickr

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