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HIV: una possibilità di cura con il trapianto di midollo osseo?

I medici sono stati cauti, ma una strada per curare l'HIV potrebbe essersi aperta nel Dana-Farber/Brigham and Women's Cancer Centre di Boston. Alcuni pazienti, in seguito ad un intervento di trapianto di midollo non presenterebbero più tracce del virus nel proprio sangue.

Timothy Heinrich si affretta a chiarirlo: "Nonostante questi risultati siano eccitanti, non indicano ancora che questi uomini siano guariti". La ragione è chiara: non solo sono in gioco le speranze di milioni di persone che condividono la pesante maledizione di una malattia in alcuni casi estremamente emarginante; la questione centrale è che - come sanno bene già gli oncologi - sradicare tutte le cellule malate è cosa molto difficile, e dall'esito incerto.

Ovvio quindi che Heinrich alzi le mani e si limiti a rimettersi a lavoro su questo piccolo miracolo. La stessa conferenza di Kuala Lumpur dell'International Aids Society ha confermato che "parlare di cura è prematuro".

La storia è relativamente semplice: due uomini da tempo malati di AIDS, vengono ricoverati nel Dana-Farber/Brigham and Women's Cancer Centre di Boston per aver sviluppato delle forme di cancro del sangue. Sottoposti a trapianto del midollo osseo, i pazienti non hanno presentato in seguito la ricomparsa di cellule affette dal virus, anche se queste rimangono elusive, e quindi capaci di ripresentarsi nonostante l'apparente assenza nell'organismo.

I dottori hanno però tentato una ricerca più estesa, senza trovarne evidenza; l'ultima possibilità è che si trovino in qualche organo - spiega Heinrich - ma la speranza è che questo possa indicare una strada per contrastare l'HIV con maggior efficacia, proprio a partire dal midollo (l'autotrapianto d'altronde fa già parte del protocollo per contrastare alcune forme tumorali).

Uno dei pazienti ha sospeso l'assunzione di farmaci antiretrovirali, ma non si riscontra la presenza del virus nel suo organismo. La possibilità del trapianto sembra quindi offrirsi come un nuovo strumento per la lotta all'HIV, ma con alcune remore del caso: oltre alla primissima fase di scoperta e quindi alla necessità di uno studio adeguato, anche l'alto rischio presentato dall'operazione, che presenta un tasso di mortalità del 15-20%, senza contare le possibili conseguenze derivanti dal fatto di sospendere l'assunzione dei farmaci.

La questione della cura rimane dunque aperta, e non potrebbe essere altrimenti. La scoperta - ancora una volta casuale e fortuita - potrebbe costituire però un primo spiraglio, proprio mentre la comunità scientifica si muove per creare un protocollo internazionalmente accettato ai fini della cura, allineando gli standard terapeutici tra nord e sud del mondo. Una soluzione che potrebbe essere un passo più vicina.

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