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Germania vs Grecia, la partita dell’euro

Il premier Monti ricorda che la partita per il destino dell'Europa (ormai sull'orlo del precipizio, secondo il FMI) si gioca a Bruxelles tra una una settimana esatta, ma stasera l'attenzione di tutti sarà concentrata su un'altra partita, stavolta (solo?) di calcio: Germania-Grecia.

A poche ore dal quarto di finale di Euro 2012 - l'unico ad avere un significato ulteriore rispetto a quello meramente sportivo -, il National Post pubblica questa interessante infografica che riassume i dati macroeconomici dei due Paesi. I primi e gli ultimi della classe.

Come mai Germania e Grecia sono i due estremi della crisi? Mesi fa ho provato a spiegarlo attraverso questi due paragrafi, tuttora incardinati nell'attualità: 

2. La crisi greca è frutto di problemi che la affliggono da quando essa è indipendente: scarsa produttività, sistema pubblico inefficiente, clientelismo politico, evasione fiscale iperbolica e scarsamente contrastata. Lacune colmate dal continuo trasferimento di risorse dall’estero. Non a caso è fallita ripetutamente (soprattutto nell’Ottocento) nel corso della sua storia. A questo aggiungiamo un’alternanza politica puramente formale, visto che da decenni al timone del Paese si alternano due dinastie politiche: i Karamanlis e i Papandreou.

Date queste premesse, la crisi è (l’inevitabile?) risultato di un circolo vizioso. Se oggi i due terzi del debito greco sono in mano a investitori stranieri è perché per anni costoro hanno approfittato delle opportunità che questo debito offriva. Sia le banche che i fondi pensione franco-tedeschi volevano titoli con un rendimento elevato, ma senza rischio di cambio e senza rischio emittente. Ossia, volevano un rendimento superiore a quello promesso dai propri titoli nazionali. Così hanno acquistato massivamente quello greco, che pagava un rendimento superiore, senza rischi valutari (perché Atene è nell’euro) e senza rischi legati alla solvibilità (allora sembrava così).

Sul fronte interno, la Grecia continuava ad emettere il debito per ragioni di clientelismo politico. Prima di entrare in Europa, la Grecia era un piccolo Paese con una modesta economia. Lo Stato incassava poco dalle imposte e spendeva altrettanto per i servizi. Solo le spese militari erano elevate, a causa delle tensioni (vere o presunte) con la Turchia. La rete sociale era ridotta all’essenziale. Poche famiglie controllavano le costruzioni, la navigazione e il turismo.

Poi trent’anni fa la Grecia entrò in Europa (e vent’anni fa nell’euro). I fondi europei che affluivano ad Atene, per migliorare la rete infrastrutturale, divennero merce di scambio con il governo, il quale dispensava appalti alle ricche oligarchie in cambio di voti e consenso. Gli agricoltori venivano favoriti dalla politica agraria comunitaria. Il governo si indebitava per sostenere la domanda interna, d’altra parte il denaro arrivava dall’estero a tassi contenuti. Il popolo greco non sembra essersi accorto di tutto questo: a parte qualche contentino al loro orgoglio tetramillenario (come le Olimpiadi del 2004), i greci non hanno avuto benefici visibili. Per questo ora è così difficile imporre loro le misure draconiane richieste dall’Europa.

3. E’ interessante esaminare la questione dall’altra parte della barricata, quella della Germania. Oggi l’Europa è vista come una morsa dalla quale molti tedeschi vorrebbero liberarsi. Ma la stessa Europa soffre la vicinanza con questo gigante economico che risucchia tutto intorno a sé.
Le motivazioni nascoste dietro la decisione (sia pur di controvoglia) di aiutare la Grecia sottende i termini di un’equazione di potere: la Germania finanzia il debito pubblico degli Stati in crisi in cambio dell’eterodirezione delle loro politiche fiscali e della vendita dei loro asset nazionali.

Nel marzo 2010 la Grecia ha ottenuto uno scontro dell’1% sugli interessi in cambio di un lauto banchetto di privatizzazioni. L’Irlanda invece ha dovuto aspettare fino a luglio, perché, fino a quel momento, rifiutava di aumentare la corporate tax sulle imprese, che sottrae investimenti alla Germania. Dopo Grecia e Irlanda è finito sotto tutela anche il Portogallo. Ora l’osservata speciale è l’Italia, a cui è stato coscienziosamente suggerito un programma di liberalizzazioni e privatizzazioni.

La risposta di Angela Merkel è stata tanto semplice quanto raggelante: “Abbiamo tutelato i nostri interessi nazionali“, con buona pace della solidarietà europeista. Qui la Germania mostra il suo vero volto in politica estera. l’Europa non è più un fine, come nei bei tempi andati della Guerra Fredda, ma un mezzo. Ieri Berlino competeva per le quote nel mercato comune, oggi per la sovranità nazionale (degli altri) e gli asset strategici (idem). Anni di surplus commerciale all’interno dell’Unione sono serviti a rafforzare un Paese mai sceso dal trono continentale.
E dire che l’euro era stato voluto su iniziativa dell’allora presidente francese Mitterand proprio per imbrigliare la Germania post unificazione, impedendole di coltivare ambizioni neoimperiali. Ora gli imbrigliati siamo noi. Preoccupante, se pensiamo che nella storia tedesca il confine tra potere e abuso di potere è sempre stato labile.

Senza mai dimenticare, al di là delle rispettive mancanze, che la crisi greca è in realtà una crisi europea.


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