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Genova 2001: la verità raccontata dalla stampa estera

Passati dieci anni dal G8 di Genova e dai suoi scontri, che lasciarono il corpo di un ragazzo morto sul selciato di Piazza Alimonda, si sono ritrovati a parlarne a Ferrara il 30 settembre scorso a Ferrara alcuni reporter esteri, per esprimere alcune considerazioni con i panni degli osservatori.

Ciascuno inizia riportando le prime impressioni all’arrivo a Genova, a partire da Serge Enderlin, giornalista di Le Temps:

“Il movimento antimondialista (questa la definizione francese ndr) aveva già conquistato la ribalta con le manifestazioni e gli scontri contro l’FMI a Seattle, a Praga e al vertice di Nizza. Il ritorno di Berlusconi al governo ci faceva prevedere un irrigidimento nelle predisposizioni sulla sicurezza, se non altro per garantire una sua credibilità a livello internazionale. Partito in treno da Torino, il convoglio si fermò a una stazione intermedia senza proseguire, tanto da essere costretto a prendere un taxi. Il tassista si rifiutò di raggiungere il centro di Genova perché, mi disse, c’era la guerra! Ricordo che tutto cominciò ad andare male da venerdì, anche per la conformazione della città schiacciata fra il mare e i monti alle spalle, con il centro storico come una fortezza inespugnabile”.

Eric Jozsef, corrispondente dall’Italia per Libération:

“Difficile ricordare un singolo episodio: mi impressionarono particolarmente il corteo delle Tute Bianche nei pressi dello stadio, le cariche di Piazza Manin, il corteo numerosissimo ma impaurito per i rischi degli scontri. Fu un momento di guerra di una violenza inusitata per le manifestazioni europee. Era evidente che le regole erano saltate. E quando il G8 era ormai finito, mi chiamano dicendo che stavano attaccando la scuola Diaz: elicotteri, barelle e ragazzi feriti, sangue dappertutto. Anche se sono situazioni imparagonabili, pensai in un primo momento a un clima da Cile di Pinochet

Interviene Riccardo Chartroux, moderatore dell’incontro e allora inviato insieme a Bianca Berlinguer per il TG3, che puntualizza come fu sentito il dottor Sgalla della polizia dire “Andiamo alla Diaz a prendere i cattivi”. “C’è una sentenza del 2007 che condanna alcuni manifestanti per devastazioni ma non per scontri con la polizia. Sotto il ministro Scajola le responsabilità non vennero punite”.

Jozsef riprende la considerazione:

“La responsabilità è anche politica: c’è stata una mancanza di analisi. Si è parlato di una svolta autoritaria per distruggere il movimento, ma io penso che fu la volontà di Berlusconi di mostrare l’inviolabilità del consesso che portò a creare la zona rossa, dando al di fuori di essa carta bianca alla polizia per sedare ogni segnale di violenza. In questo clima senza regole precise qualcuno ha approfittato per accreditarsi in modo follemente zelante. E troppa retorica movimentista ha distratto da una analisi politica e dalla richiesta di precise responsabilità”.

Jeff Israely, fondatore del sito statunitense Worldcrunch:

“Ricordo le 10 e 30 di una mattina in compagnia di un militante diciottenne di Boston, che aveva partecipato ad altre manifestazioni e che mi faceva da guida. Vedemmo assieme un cameraman della Associeted Press ferito alla testa. E poi Piazza Alimonda, il venerdì sera: il centro era tutto distrutto. All’estero ci fu una grande attenzione e la foto del corpo di Carlo Giuliani suscitò forti emozioni. Tutti i giornalisti si chiedevano quale sarebbero state le reazioni e i commenti dei governi, ma dopo pochi mesi è arrivato l’11 settembre e tutto è stato cancellato. Da allora i fatti di Genova si sono trasformati in un fatto esclusivamente italiano”.

Dopo le prime impressioni colte dai reporter esteri, l’argomento si è allargato ad alcune considerazioni sul significato e la storia di quel movimento. Secondo Serge Enderlin, Genova è stato il picco del movimento no-global, ma il passaggio dal G8 al G20, con l’annessione al tavolo delle trattative dei nuovi paesi emergenti, molti provenienti da quel terzo mondo che si voleva tutelare, ha tolto molte argomentazioni al movimento.

Con gli USA indeboliti economicamente si dovrebbe parlare di post-global. Si parla della Tobin Tax, allora cavallo di battaglia sull’economia, ricorda Jozsef, come di possibile, e per molti (vedi recentemente il Vaticano ndr) unica soluzione alla crisi dell’euro. Poi, con uno scatto argomentativo, Joszef analizza le parti del movimento che erano in piazza, con una ricostruzione che suscita non poche polemiche fra il pubblico:

“Esistevano delle regole di ingaggio che riguardavano tre realtà: le Tute Rosa, con le loro modalità pacifiste e colorate di dare l’assalto alla zona rossa, i Black Bloc, con la loro violenza rivolta esclusivamente contro i simboli del capitalismo, le macchine di grossa cilindrata, le banche, ma non contro le persone, e le Tute Bianche, che, alimentate dai centri sociali, soprattutto di Bologna, hanno portato la volontà deliberata dello scontro, volutamente malgestito e confusionario. Le Tute Bianche utilizzarono abilmente i media per sancire una dichiarazione di guerra e prendere maggiore visibilità. Fu la pratica della rappresentazione della violenza”.

Ora, conclude Enderlin, le istanze si sono spostate altrove e con altre modalità: le rivolte del nord Africa e l’India, con la richiesta di migliori condizioni di vita.

 
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