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Fininvest querela Tescaroli. Ma il pizzo delle antenne esiste davvero

Fininvest ha querelato il pm Luca Tescaroli e il giornalista Ferruccio Pinotti per avere riportato, in un libro, le dichiarazioni di un pentito sui soldi che Berlusconi pagava a Cosa nostra. Per i legali Fininvest quella testimonianza è “inattendibile”, ma una sentenza definitiva ha già accertato che quella storia è vera.

La notizia l’ha riportata ieri il Corriere della Sera: Fininvest, la holding della famiglia Berlusconi che controlla il gruppo Mediaset, ha querelato Luca Tescaroli, il pm che ha ottenuto la condanna degli esecutori della strage di Capaci e che ha indagato sui mandanti occulti, e il giornalista Ferruccio Pinotti. Entrambi sono rei di avere accennato, nel libro-intervista “Colletti sporchi”, alle dichiarazioni del pentito di mafia Salvatore Cancemi che ha raccontato del pagamento di 200 milioni di lire che ogni anno, a partire dal 1989, Berlusconi faceva arrivare a Totò Riina in più rate «secondo degli accordi stabiliti con Dell’Utri». Strano che Fininvest si sia sentita diffamata da questi accenni più che benevoli al racconto di Cancemi. Le sue parole, infatti, sono state riscontrate anche in una sentenza definitiva e la storia del cosiddetto “pizzo delle antenne” è oggi processualmente certa. 
 
Nonostante sia ritenuta «inattendibile» dai legali Fininvest, la testimonianza di Cancemi è stata giudicata veritiera in un processo a carico di Piero di Napoli, il capo della famiglia mafiosa di Malaspina, originato da uno stralcio dello stesso fascicolo in cui sono stati indagati per associazione mafiosa Marcello Dell’Utri, Silvio Berlusconi, Vittorio Mangano e Gaetano Cinà. Nella sentenza di condanna, divenuta definitiva in appello e oggi agli atti del processo Dell’Utri, è stato accertato che era proprio Di Napoli a ricevere, dal 1989, queste somme di denaro da Dell’Utri per poi riversarle a Raffaele Ganci, reggente del mandamento della Noce (in cui era compresa la famiglia di Malaspina), che le avrebbe fatte arrivare a Totò Riina. Salvatore Cancemi è stato più volte testimone diretto di questi passaggi di denaro: «Sicuramente più volte… due, tre volte io ero presente. Lui [Di Napoli, nda] veniva in via Lancia di Brolo, proprio con un pacchettino in un sacchetto di plastica, e ci diceva: “Raffaele, questi i soldi delle antenne”, e loro poi… Raffaele Ganci questi soldi li metteva da parte, da parte nel senso che non li portava subito a Riina, diciamo per questa minima cosa andare a disturbare Riina… Appena il primo appuntamento, che c’era il primo incontro con Riina, ce li portava e capitava… è capitato più volte che c’ero anch’io… e ci diceva: “Zu’ Totuccio, questi sono… Pierino a portato i soldi delle antenne”». 
 
Poi Riina distribuiva le varie quote di questo contributo alle famiglie mafiose di Palermo che avevano dei ripetitori televisivi nel loro territorio. «Davanti a me – racconta Cancemi – ci ha mandato lire 10 milioni a Nino Madonia, ai Madonia di Resuttana, lire 5 milioni me li ha dati a me… in qualche occasione c’era anche Biondino Salvatore, per San Lorenzo…». Di una di queste ripartizioni effettuate da Tòtò Riina esiste anche una prova scritta. Un libro mastro. Due quaderni, complementari tra loro, ritrovati sotterrati insieme a delle armi appartenenti alla famiglia di San Lorenzo. A indicare agli inquirenti il luogo del ritrovamento è stato, proprio agli inizi della sua collaborazione, il pentito Giovan Battista Ferrante. Nella prima agenda veniva scritto il nome della ditta estorta accompagnato da un numero a cui, nell’altra agenda, corrispondeva un importo. Così nella prima agenda si legge «Can. 5 numero 8» e nell’altra, al numero 8, «regalo 990, 5000». Quando i magistrati del processo Dell’Utri gli chiedono di spiegare quelle annotazioni, Ferrante risponde così:
Ferrante: Allora, “Can. 5 numero 8” praticamente significa e… “Canale 5”, e… numero 8, si deve cercare nell’altra rubrica […].
Pubblico ministero: Sì. Nell’altra rubrica […] è indicato il numero… al numero 8: “regalo 990, cinquemila”.
Ferrante: Sì. E allora, cinquemila è innanzitutto cinque… cinque milioni, perché Salvatore Biondo non… normalmente non… cioè in tutte… in tutte quelle rubriche, non scriveva, diciamo, gli altri zeri. E, quindi, cinque… cinquemila significa cinque milioni. E… poi cos’altro vuol sapere? 
Pubblico ministero: “Novecentonovanta”. […]
Ferrante: Guardi, novecentonovanta, presumibilmente, è proprio l’anno, il 1990, forse, e proprio quella rubrica risale a quel… a quel periodo.
Pubblico ministero: E poi, volevo che specificasse che cosa significa, se lei ne è a conoscenza, […] la dizione “regalo”, che è contenuta nell’agenda.
Ferrante: […] Come famiglia di San Lorenzo, non abbiamo mai fatto richieste di… i soldi al… a… all’emittente Canale 5 che, tra l’altro, ricade nel… nel nostro territorio, il mio ex territorio, diciamo, della famiglia di San Lorenzo. E “regalo” significa che erano soldi che arrivavano spontaneamente, senza che noi avessimo mai fatto alcun tipo di richiesta. 

Ferrante non è l’unico pentito a confermare il racconto di Salvatore Cancemi, ma secondo la difesa di Dell’Utri non è attendibile perché il suo racconto avrebbe cambiato versione per adattarsi alle dichiarazioni di Cancemi pubblicate dalla stampa. Per i legali del senatore quella nota sul “regalo” di Canale 5 non sarebbe riferita a un pagamento da parte di Berlusconi a garanzia delle antenne Mediaset sul territorio delle cosche, ma al pizzo pagato dall’imprenditore Pietro Cocco sulla vendita, nel 1990-1991, di una sua rete televisiva locale a Fininvest. Il Tribunale che ha condannato Dell’Utri in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa non ha creduto alla difesa del senatore (perché il pizzo pagato da Cocco alla famiglia di Ferrante sarebbe di 60 milioni di lire, non cinque) e ha ritenuto attendibili Ferrante e gli altri collaboratori che hanno confermato la versione di Cancemi. A settembre conosceremo come ha valutato questa vicenda la Corte che ha confermato in appello la condanna di Dell’Utri anche per questi fatti (che risalgono a prima del 1992, anno dopo il quale Dell’Utri non è stato ritenuto più colpevole del reato). Per ora sono gli stessi avvocati del senatore a credere che difficilmente, su questo punto, le motivazioni della Corte saranno diverse da quelle del Tribunale e che forse è stato proprio il “pizzo delle antenne” ad impedire ai giudici d’appello di assolvere Dell’Utri. 
 
A Luca Tescaroli è arrivata la solidarietà «piena e incondizionata» dell’Anm di Palermo. «Evidentemente – ha detto il procuratore Nino Di Matteo, presidente dell’Anm di Palermo – nel nostro paese diventano sempre più palesi e frequenti i tentativi di intimidire quei magistrati che osano indagare a fondo sui rapporti tra la mafia e il potere. Argomento sul quale da troppe parti vorrebbe imporsi il silenzio».
 

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