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Essere un altro #2

Immagina che uno sconosciuto, entrato in casa tua, dimostri di poter contestare la tua identità.

Chi è? Cosa vuole ottenere? Come riesce a manipolare le informazioni sulla tua vita? Ma soprattutto: tu chi sei?

Un romanzo a puntate sulla fragilità dell'identità nell'era di Internet.

 

Qui la prima parte. 

Prendiamo i problemi e gli strumenti che usiamo per risolverli. Viaggiando ci si accorge che i popoli del mondo sono molto diversi nelle piccole cose, ma in genere si somigliano tutti per quanto riguarda le grandi categorie e la grande categoria che accomuna tutto il mondo civilizzato è quella dei problemi.

Nei deserti, in montagna, nelle isole… l’uomo ha sempre dovuto risolvere gli stessi problemi: l’acqua, il fuoco, il bestiame le coltivazioni, i ripari e via dicendo. I popoli civilizzati sono riusciti a risolvere tutti questi problemi e oggi non abbiamo più bisogno di risolverli né qualcuno sarebbe capace di farlo in prima persona. Dobbiamo occuparci invece di altri problemi, di secondo, terzo, quart’ordine e oltre, che dipendono più o meno dalle soluzioni adottate per risolvere i problemi principali. Io non ho mai dovuto imparare come si accende un fuoco, ma devo pagare la bolletta del gas. Neanche ho mai cacciato né ho coltivato un campo né ho allevato le pecore, ma faccio la spesa per sfamarmi. Non ho costruito la mia casa, ma ci pago le tasse. Non ho inventato l’aeroplano, ma ho volato tantissime volte. Pochissimi conoscono la teoria e le tecniche di volo e molti meno saprebbero progettare un velivolo, ma la gran parte di noi sa come comportarsi in un aeroporto.

Ho girato talmente tanti aeroporti che mi sono liberato del timore reverenziale nutrito di solito per gli ambienti e per il personale che abita questi non-luoghi di passaggio in cui veniamo spogliati della nostra identità, abbinati a codici e rotte, perquisiti, depurati, sottoposti alle forche caudine del controllo magnetico, estratti da un territorio nazionale ma non ancora introdotti in un altro, nutriti con cibi insapori, sottoposti a regole semplici e universali come quelle dei supermercati. Gli aeroporti sono pieni di piccoli ostacoli che ci affanniamo a superare nel tentativo di affermare la nostra identità e la nostra libertà – dimensione, contenuto e peso dei bagagli standard; sovrattasse variabili; indecifrabili tabelle di raccordo tra destinazioni, compagnie di volo, orari e cancelli d’imbarco; logiche autoritarie di gestione dell’ordine. Ci sfugge però che il senso del terminal è spogliarci per trasformarci. Come la gran parte delle cose della vita civilizzata, usiamo gli aeroporti trascurandone lo scopo, la trasferta ultrachilometrica tra un luogo e un altro.

In aeroporto il fine ultimo è rimosso a tal punto che un viaggio di un’ora, tra scalo e scalo, dura comunque quattro o cinque ore, tra destinazione di partenza e destinazione finale. Il senso reale non è il viaggio, bensì il controllo e il consolidamento della nostra abitudine a essere tracciati e gestiti come pacchi. Un viaggio in macchina di un giorno dipende esclusivamente dalle scelte che facciamo in quel giorno con la nostra vita e col nostro corpo. Benché più lento e più faticoso, nel viaggio a piedi o in macchina il tempo che ci assorbe è sempre il tempo del nostro organismo. I mezzi di trasporto che non possiamo controllare in prima persona ci immergono invece in uno straniamento psicofisico e alienante. I movimenti e le inclinazioni del treno, della nave o dell’aereo non dipendono dalle nostre decisioni, ma da quelle di qualcun altro. Così ci siamo abituati a subire le decisioni altrui col nostro corpo, con i liquidi interni che regolano l’equilibrio, dai piccoli spostamenti quotidiani in metropolitana ai grandi viaggi delle vacanze. E questo ci aiuta a conformarci al potere.

Lo stesso accade anche con la Rete che crediamo di usare, ma che, in realtà, ci usa; l’Internet in cui crediamo di scambiare informazioni, ma che invece ricorda tutto ciò che facciamo; i cloud in cui assicuriamo i dati dalla cancellazione, avendoli donati a perfetti sconosciuti e così avendoli già persi; il social-network con cui pensiamo di condividere foto di gruppo ed esperienze di viaggio che vengono usate per tracciare i nostri spostamenti, i nostri legami sociali, le nostre scelte: le nostre abitudini e la nostra identità, archiviate e maneggiate da persone che ci conoscono meglio del medico o del commercialista, ma delle quali non sappiamo nulla.

Dimenticare la capacità di affrontare le avversità fondamentali della vita è il prezzo più alto che paghiamo per non affrontarle. Un’incapacità che ci ha trasformati da persone in mandria. Sopportiamo una miriade di piccole fatiche legate alle soluzioni per le difficoltà che ci vengono fornite dagli altri, dall’alto. Così barattiamo la nostra identità per una serie di comodità fittizie che si ramificano in piccoli compiti mirati a sfinirci e a stordirci. Infine, paghiamo il prezzo economico dei beni e dei servizi che, benché ultimo della lista, è il nostro principale problema da risolvere nella corsa alla vita: guadagnare. Il soldo è l’equivalente generale di ogni attività, è l’unico ostacolo che abbiamo il dovere di superare. Facendo equivalere ogni azione umana e ogni cosa, il denaro sottrae valore a ogni cosa e di per sé non vale niente. La nostra vita si è riempita di compiti e mansioni frustranti, accessorie alle soluzioni per i per i problemi di prim’ordine, al solo scopo di dare valore al denaro.

Accedere in questo modo alle soluzioni per i grandi problemi dell’umanità costituisce oggi l’insieme dei piccoli problemi di ciascun individuo. Non è vero perciò che la civilizzazione ha semplificato o migliorato la nostra vita perché invece l’ha connotata di una complessità ipocrita, sconosciuta ai popoli selvaggi.

Vi sfido a girare il mondo e a trovare un popolo ancora selvaggio, che ignori il denaro.

Allora ecco che io non odio gli ebrei, come pensavo… come mi hanno fatto pensare. Non ho mai odiato gli ebrei, bensì odio il denaro e chi mi ha portato a pensare che gli ebrei godano di un legame privilegiato con il denaro.

È con il denaro che la società diventa una società, cioè che un gruppo di uomini che si affannano per sopravvivere diventa un’associazione nella quale tutti misurano il contributo altrui per prelevare in proporzione dalla cassa comune, scannandosi poi per spartirsi ciò che avanza, poi ancora tessendo tranelli ed escogitando regole, impossibili da rispettare, per danneggiare i soci. Quindi la società delle persone diventa società di capitali e chi è impegnato a frodare i soci equivale direttamente al denaro che ruba. Prelevando gli attivi in prima persona e facendo gravare i passivi sul capitale sociale, il rischio è assicurato. Per l’associazione a delinquere il passo è breve: i soci continuano a lottare tra di loro, ma collaborano nel raggiro, nel furto e nell’omicidio ai danni di chiunque non sia un socio. Infine si costituisce una nazione dal cui territorio si cerca di tenere lontani i delinquenti soci degli altri stati, accogliendoli solo con l’intenzione di frodarli o di sfruttarli per frodare qualcun altro o, viceversa, cercando di emigrare nel tentativo di appropriarsi di capitali esteri.

La tecnica è stata raffinata nel tempo, arrivando a mettere una nazione alla fame al solo scopo di poterci far andare i dirigenti in vacanza a sbafo.

Il problema del denaro non è quasi mai dei soci, un po’ lo è dei dirigenti e dei dipendenti, ma è sempre un problema dei cani sciolti, quelli ai quali si vorrebbero negare le briciole e gli ossi rosicchiati dai cani al guinzaglio. Perché i cani sciolti sono pericolosi, rabbiosi, rognosi, sbandati, rifiutano l’associazionismo, i partiti, il capitale e la società tutta. I cani sciolti rifiutano addirittura il branco e sono disposti a collaborare tra loro solo nella misura in cui lo scambio di lavoro non produca alcun guadagno per nessuno. Un cane sciolto è un balordo che su una spiaggia pittoresca e piena di persone felici comincia a costruire un muro di sassi e, quando una tedesca lo invita a interrompere quell’atto orribile, le risponde che lei potrebbe essere felice se riuscisse a disgustarsi per le cose belle e a trovare il bello nelle atrocità. Oppure il cane sciolto se ne sta in disparte sulla spiaggia, sempre all’ombra, in giacca e cravatta, senza scambiare uno sguardo con qualcuno. Un cane sciolto è un balordo. Per questo ogni società addestra i suoi accalappiacani, che vagano per le vie, scrutano, spiano, individuano e cercano di trasformare il bastardo in un impiegato, in un funzionario, in un dirigente, addirittura in un socio, purché esso rinunci a qualsiasi barlume di identità e di lucidità.

Adesso vi spiego come fanno.

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