"Una persona non muore quando dovrebbe, ma quando può" (Gabriel García Marquez); "La morte distrugge un uomo, l'idea della morte lo salva" (Edward Morgan Forster); "Noi moriamo soltanto quando non riusciamo a mettere radice in altri" (Lev Tolstoj). Sono solo aforismi, frasi ad effetto su un tema assai delicato e controverso prese da una vastissima selezione di pillole di saggezza, utili forse a compiere un ulteriore sforzo di ragionamento e a introdurre due storie accomunate dall'effetto che hanno suscitato, ancora una volta con esagerato clamore, nel dibattito pubblico del nostro Paese.
Come se la vita e la morte fossero due casacche a cui dichiararsi fedeli, due tendenze o correnti alle quali aderire. E invece è tutto assai più semplice, basta chiudere gli occhi e ascoltare il dolore di persone esattamente come noi, talvolta perfino migliori. Esseri profanati dalla meschinità imprevedibile dell'esistenza e dalla stolta incapacità di altri esseri a sentirli e riconoscerli realmente prossimi. Ma in fondo sono anche più "fortunati": possono percepire, non solo se stessi, con maggiore pienezza poiché è ciò che sono che li spinge ed aiuta ad esplorare, ad imparare, ad accettare oltre ogni steccato.
Eppure si tratta di storie caratterizzate sempre dal retrogusto amaro del fato cinico e baro. Cominciamo dalla prima. Nel terzo millennio si può finire in coma dopo un banalissimo intervento a un dente. E divenire proprio malgrado protagonisti di vicende tragiche, come quella di un brillante architetto siciliano di 42 anni, Giuseppe Marletta, che all'incirca un anno fa venne ricoverato in un centro specializzato per la rimozione di due punti metallici applicati dopo l’estrazione di una radice. Intervento dal quale si sarebbe risvegliato per appena 15 minuti per poi entrare in coma. Da allora non si è più ripreso: è immobile, tracheotomizzato, nutrito col sondino e aspirato ogni due ore. "Quando viene aspirato - racconta la coraggiosa moglie Irene Sampognaro - assume un’espressione di terrore. Soffre moltissimo e questo la scienza lo può dimostrare".
"A questo punto - aggiunge la donna - è meglio farlo morire. Sono pronta a sospendere l’alimentazione forzata perché lo Stato ha ucciso mio marito e poi lo ha abbandonato al suo destino". E' disperata ma determinata Irene, che protesta incessantemente davanti ai cancelli dell’ospedale dove il calvario ha avuto inizio: "Voglio che tutti sappiano quanto sono crudeli le nostre istituzioni di fronte ad un allucinante caso di malasanità: non riescono a garantire né giustizia né adeguata assistenza. Mio marito prima di entrare in ospedale scoppiava di salute, oggi è un vegetale disteso su un letto. Questa non è vita... Solo quando ti ci trovi dentro capisci veramente il caso Englaro".

Eccola la scintilla, l'accostamento proibito che può costare caro. Specialmente ora che il parlamento, con la recente approvazione del provvedimento sul cosiddetto testamento biologico, ha dato prova di quanto la società italiana sia ancora troppo rinchiusa in vecchi dogmatismi, piegata a interessi oscurantisti che trovano cittadinanza proprio attraverso la classe politica. Il caso Englaro è ancora presente nella memoria collettiva e in Italia, rispetto a esperienze simili e al di là dei moralismi di convenienza, è arduo non rilevare nello Stato un approccio crudelmente ipocrita: "Dice di essere per la vita - sbotta Irene riferendosi allo Stato stesso - ma in realtà ti spinge a scegliere la strada della morte".
Il morire si può paragonare al dormire,addormentarsi è come affrontare una piccola morte. Cosa (...)
09/08 00:11 - daniele gabasA parte il non poter intervenire per far cessare le sofferenze, il post mi offre lo spunto per (...)
08/08 19:31 - illupodeicieli