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Energia: aumentano i prezzi, diminuiscono i consumi

Politica energetica: croce e delizia di studiosi, giornalisti, economisti. Di chiunque abbia una tastiera sotto mano, ma non certamente di chi dovrebbe dirigerla. Che in uno scenario competitivo e aggressivo significa rischiare l'esposizione alla minima oscillazione del mercato, o la difficoltà a gestire la fase di transizione tra variazioni dei prezzi internazionali e di consumo.

È La Repubblica a rimettere in discussione la tematica energetica, prendendo spunto dal dossier della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, “I costi dell'energia in Italia”. Accorpando l'andamento dei prezzi di gas, elettricità, diesel e benzina il risultato che si riscontra è un trend crescente per quanto riguarda i prezzi (+10% tra 2011 e 2012), decrescente per quanto riguarda i consumi. Le ragioni principali di questo andamento divergente sarebbero fondamentalmente tre: la dipendenza dai carburanti fossili (per l'82%), e dunque la conseguente mancata diversificazione; l'aumento del prezzo del gas naturale; le controversie sugli incentivi alle rinnovabili. Incentivi che pesano sulle bollette, anche se capaci di abbattere le forti esternalità negative e di conseguenza gli alti costi sociali delle fonti non rinnovabili.

I rischi sono analoghi a quelli di una politica fiscale restrittiva: più tasse non significa necessariamente maggior indotto, perché si possono anche spingere i cittadini ad evadere (che lo facciano per disonestà, protesta o per il semplice fatto di non avere più denaro da cedere allo stato perché esso possa sopravvivere). Lo stesso si paventa per l'energia: all'aumentare della bolletta – per contro ad una politica ben poco user friendly dei gestori – il risultato potrebbe essere il prevalere delle barricate ogni qualvolta si presenti un qualche funzionario. Il che è sempre meglio della grigia rassegnazione alla quale ormai si è adusi in questo paese. Ma vediamo alcuni dati.

L'andamento del prezzo internazionale del petrolio sembra registrare uno schema abbastanza chiaro: aumento negli anni 2003-2008, seguito da un pesante crollo nello stesso anno, poi ripresa tra 2009 e 2011. Si potrebbe quindi interpretare come un preciso riflesso di ciò il fatto che nel 2012 il prezzo al consumo in Italia rimanga ancora alto, ad eccezion fatta di un crollo a Luglio. Nel 2013 poi il greggio calava, ma di nuovo in controtendenza il prezzo al consumo rimaneva stabile. Il perché tentava di spiegarlo Giornalettismo, rifacendosi a Isabelle Thommes: da una parte l'aumento dei costi di trasporto, dall'altra il deprezzamento dell'euro, che impediva di comprare il petrolio a prezzi competitivi.

Aggiungiamo, sulla scorta di uno studio della Eni Corporate University, una serie di elementi di fisiologico ritardo tra questi due indici:

- l'abbassamento dei prezzi del greggio per essere recepito dal mercato necessita tendenzialmente di una settimana in più rispetto agli aumenti.

- la disparità nella velocità di adattamento alle variazioni dei prezzi tra raffinazione e distribuzione: la prima – più competitiva – sarebbe più reattiva, mentre la seconda necessiterebbe di maggiore tempo per stabilizzarsi.

Sarà insomma che il discorso è complesso, ma la sostanza rimane: un'asimmetria poco benevola che ci riporta ad oggi. Ad un prezzo alla pompa che si mantiene ancora a livelli poco graditi, specie in un sistema normativo che tassa pesantemente i carburanti. Che a dirla tutta qualche sospetto non può che lasciarlo.

Se dai carburanti ci si sposta all'elettricità – in un contesto a dir poco avvelenato – la situazione non cambia. L'andamento degli ultimi anni evidenzia una lenta ma costante discesa tra ottobre 2008 e aprile 2010, ma è quantomeno kafkiano che in un settore dai costi infrastrutturali così massicci il dato che maggiormente incide sulle bollette sia quello dell'approvvigionamento e che le imposte siano al 14%. E sì che si parla di una diminuzione delle tariffe per l'elettricità di contro ad un aumento di quelle per il gas.

È un po' come per i benefici del mercato libero: tutti ne parlano, ma nessuno li ha mai visti davvero. Col risultato che i consumi al 2012 calano del 2,1%. Un dato che dovrebbe far riflettere, visto che il consumo di energia elettrica a differenza dell'acquisto di beni analoghi si lega intrinsecamente alla vita privata del cittadino: una rapida discesa nel loro uso va direttamente ad erodere le sue funzioni basilari. Anche perché contrariamente a quanto accada per quella dei carburanti fossili, largamente impiegati nel sistema industriale, l'elettricità è ancora più ad appannaggio dell'uso domestico. Se non ci credete, provate a pensare un'abitazione senza elettricità, dunque senza riscaldamento, senza scaldabagno, lavatrice, frigorifero. Un cittadino che intacca questo è già in paranoia, se va bene. Altrimenti è disperato.

Anche per il gas naturale, il trend è di un aumento dei costi, in particolare quelli relativi alla materia prima. Per i consumi, anche qui l'andamento a quattro anni è negativo: dopo un calo già nel 2011, a seguire uno ulteriore del 4% nel 2012 e di nuovo – previsionale – nel 2013, attestato al 3-4%.

In conclusione, le analogie riscontrabili in questi tre campi lasciano pensare ad uno scenario che ha complessificato in maniera esponenziale le proprie istanze e sfumature in ragione dell'instabilità ormai endemica in alcuni scenari (Medioriente, Maghreb) e delle profonde modificazioni che si stanno verificando in altri (Usa, Mediterraneo orientale). Fermo restando però che qualche opacità di fondo sembra permanere, ostando comunque ad una soluzione se non rapida, almeno trasparente. Basterebbe guardare al mercato dell'energia elettrica, tra i più gestibili del mondo energetico: potrebbe rendere chiaro con quanta facilità tutto in Italia finisca nell'opacizzata gioia dell'oblio. La ragione? Nessuno lo sa.

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