“ Ogni mese è un continuo morire e rinascere.
Il mio corpo giovane sembra intrappolato
in quello di un’anziana signora
che sta aspettando l’arrivo della morte.
Muoio lentamente
per poi cercare timidamente di rinascere,
ma con l’avanzare della malattia
mi chiedo se sono proprio queste le tonalità
che desideravo per la mia vita.
A volte il dolore è così forte e prolungato
che non riesco più a riprendermi.
Mi sembra di essere un piccolo bozzolo indifeso
che attende, come per miracolo,
la sua rinascita
per vivere finalmente libera
come una farfalla
che brilla con i suoi mille colori
rimasti per tanto tempo inespressi.”
da un pensiero della paziente Loria Orsato
Di endometriosi si parla ancora poco e poche sono le persone che la conoscono a fondo, comprese le Istituzioni che ancora oggi in Italia non la riconoscono come una malattia invalidante e disabilitante che persiste per tutta la vita e che necessita di continui controlli, sottovalutandola.
Oggi le cose stanno cambiando, grazie anche a una rete di Associazioni di pazienti diffusa in tutto il mondo, che si è fatta promotrice di educazione, sostegno e ricerca, in collaborazione con medici sensibili al problema e motivati a sconfiggerlo.
L'endometriosi è una malattia subdola, tenace e in parte ancora misteriosa, ma cronica che colpisce le donne in età riproduttiva in tutto il mondo. Non è quindi una malattia rara
Il nome deriva dalla parola "endometrio", il tessuto che riveste la superficie interna dell'utero e che cresce e successivamente si sfalda ogni mese durante il ciclo mestruale.
Nell'endometriosi il tessuto simile all'endometrio si localizza al di fuori dell'utero, in altre aree del corpo.
In tali sedi il tessuto endometriale si sviluppa in "noduli", "tumori", "lesioni", "impianti", o "escrescenze". Tali formazioni possono essere causa di dolore, di sterilità e di altri problemi.
Esse si localizzano più frequentemente nell'addome interessando le ovaie, le tube di Falloppio, i legamenti dell'utero, il setto retto-vaginale (area tra la vagina e il retto), la superficie esterna dell'utero e il peritoneo (tessuto di rivestimento della cavità peritoneale). Talvolta queste lesioni si trovano anche nelle cicatrici addominali post-chirurgiche, sull'intestino o nel retto, su vescica, reni, ureteri (canali che da ciascun rene aggettano in vescica), vagina, cervice e vulva (genitali esterni). Lesioni endometriosiche sono state trovate anche all'esterno dell'addome, nel polmone, nel braccio, nella coscia e in altre zone, anche se si tratta di casi rari.
Come il rivestimento interno dell'utero, anche le lesioni endometriosiche sono di solito sensibili agli ormoni sessuali prodotti dalle ovaie ed in particolare agli estrogeni. Pertanto, le formazioni endometriosiche subiscono un andamento ciclico di sviluppo, di sfaldamento e perciò di sanguinamento. Diversamente dalla superficie interna dell'utero, però, il tessuto endometriale al di fuori di esso non ha modo di fuoriuscire all'esterno del corpo. Il risultato è un ristagno interno di sangue, con decomposizione del tessuto sfaldato a partire dalle lesioni, infiammazione delle aree circostanti e formazione di tessuto cicatriziale.
L’esito infiammatorio è inevitabile:
l’infiammazione infatti è la risposta che il nostro corpo mette in atto ogni volta che subisce un trauma. È un modo comodo di reagire, perché è immediato e non dipende dal tipo di trauma. Una scheggia conficcatasi in un dito, un attacco batterico o virale o, come nel caso dell’endometriosi, sangue in sede anomala: il nostro organismo ha messo a punto un sistema rapido di attacco al nemico qualunque forma esso assuma. Il processo infiammatorio, però, se non viene disinnescato altrettanto velocemente, tende a cronicizzare. Le cellule dell’infiammazione mettono in campo anche le cosiddette citochine, molecole rilasciate nell’ambiente circostante il punto di attacco del nemico, che hanno la funzione di mediatori dell’infiammazione. Cellule e molecole danno origine ad un meccanismo di autoamplificazione del messaggio infiammatorio. Se la flogosi (= infiammazione) non viene messa sotto controllo in tempo, il suo esito ultimo è la cronicizzazione dello stimolo infiammatorio che danneggia il tessuto sano.
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