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di ROBERTO ALZETTA sabato 21 maggio 2011 - 0 commento oknotizie
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Elogio del dubbio - Centro per l’arte contemporanea della Fondazione Pinault a Venezia

Il Centro per l’arte contemporanea della Fondazione Pinault a Venezia propone una eccezionale mostra intitolata “Elogio del dubbio” dove dominano venti artisti di fama mondiale impegnati a mettere in discussione le certezze in tema di identità, il rapporto tra la dimensione intima, personale e quella dell’opera. Tra le opere storiche e nuove produzioni spiccano gli artisti Adel Abdessemed, Marcel Broodthaers, Maurizio Cattelan, Dan Flavin, Subodh Gupta, David Hammons, Roni Horn, Thomas Houseago, Donald Judd, Edward Kienholz, Jeff Koons, Paul McCarthy, Julie Mehretu, Bruce Nauman, Sigmar Polke, Thomas Shütte, Elaine Sturtevant, Tatiana Trouvé e Chen Zhen.

La mostra rende testimonianza anche circa il livello di implicazione degli artisti nella realizzazione delle opere in situ, in particolar modo per Julie Mehretu e Tatiana Trouvé. L’approccio minimale delle sculture di Donald Judd e Dan Flavin, all’ingresso in mostra, tende a fondere l’estetica nella sensazione, mentre i trofei deviati di Maurizio Cattelan e David Hammons, divenuti ormai emblematici della prima sala di Punta della Dogana, tentano di afferrare il senso di questa insopprimibile voglia di possesso, segno esteriore di un certo potere. Paul McCarthy porta uno sguardo ironico su clichés come la donna-oggetto e l’uomo conquistatore mentre la questione della violenza di gruppo è approcciata da una figura “tutelare”, Marcel Broodthaers, che con Decor propone la messa in scena dei resti del teatro delle nostre guerre.

Emerge tra gli artisti Thomas Houseago, presentato qui per la prima volta, impegnato a riprende l’idea della figura umana nella sua assurdità. Il gruppo dei nove giacenti di Maurizio Cattelan All (2008) invita alla riflessione sull’annientamento dell’individualità nella morte. Le installazioni di Chen Zhen affrontano le nozioni di tradizione, esilio, sopravvivenza. Proseguendo, Thomas Schütte, con le sue fantomatiche figure, prende in esame la complessità delle relazioni tra lo spazio privato, soggettivo, e lo spazio pubblico, inevitabilmente politico.

L’eccezionale insieme di Sigmar Polke, Axial Age, che a Punta della Dogana sembra aver trovato la propria naturale dimensione, si appoggia su riferimenti classici per bruciarne la temporalità. Elaine Sturtevant, facendo sua l’esposizione storica e iconica di Marcel Duchamp, propone un dibattito sulla questione dell’originalità, dall’aura e del potere (mascolino) dell’oggetto come opera d’arte. La nozione di oggetto e del suo statuto nell’arte è successivamente affrontata dalla serie Popeye di Jeff Koons, attraverso la proposizione in chiave pop di una vita ideale, oppure, secondo tutt’altre modalità, nelle opere di Subodh Gupta, che si interroga sul mondo globale e multiculturale nel quale viviamo.


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