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È ora che anche "la casta" si accolli i sacrifici

L'iter dell'approvazione della manovra economica tutta "lacrime e sangue" procede spedito, sospinto dal vento di un ritrovato spirito bipartisan capace di fungere, almeno negli auspici del Quirinale, da barriera contro le mire della speculazione finanziaria internazionale. Si tratta, però, di lacrime e di sangue versati ancora una volta solo dal ceto medio. Con gli ennesimi "tagli lineari" che andranno a colpire tanti servizi essenziali della sanità e del sociale, per non parlare della stretta sulle pensioni.

E chissenefrega se il Paese reale soffre e piange, e se "la casta" continua invece a guardarsi bene dal fare la sua parte in questo frangente di "vacche magre". Perchè, come direbbe il Marchese del Grillo, "loro so' loro e noi nun semo n'c...o!". Quindi giù la testa e paghiamo, prendiamo sulle nostre spalle tutto il peso di una situazione al limite del collasso di cui in fondo tutti, chi più e chi meno, siamo da troppo tempo responsabili. Tutti, appunto.

E invece no, c'è qualcuno che la "responsabilità" la intende solo come legittimazione ai propri privilegi. Sempre "loro", i soliti noti. Quelli rinchiusi nel Palazzo a votare più o meno all'unanimità quando c'è da salvare dalle invadenti procure qualche collega in difficoltà, e a serrare le fila ogni volta che l'ingenuo peone di turno propone la leggina taglia-sprechi per eliminare, ad esempio, le auto blu e i troppi voli di Stato a scrocco, e per sopprimere le province e la miriade di enti inutili e costosi ancora in giro a riciclar vecchi "tromboni trombati". Quelli, insomma, che "la politica ha i suoi costi, ma scherziamo...". E allora quel "tutti" diventa "alcuni", dove questi ultimi scontano spesso pure colpe che non gli appartengono.

Ma che colpa hanno le famiglie italiane, i dipendenti e i pensionati, se in Italia abbiamo i consiglieri regionali più pagati in occidente, soprattutto nelle regioni del sud? Quelli della Sardegna percepiscono lo stipendio più alto: oltre 11 mila euro, seguiti dai colleghi di Campania, Calabria e Puglia. In Calabria poi c'è il primato per i vitalizi degli "ex consiglieri", che si portano a casa fino a 5 mila euro al mese (fonte "Il Sole 24 Ore"). E ancora, che colpa abbiamo noi cittadini se il numero di parlamentari (nazionali ed europei), di ministri e sottosegretari ammonta a 1.032 unità, per un costo complessivo annuo di ben 24,7 miliardi di euro?

L'Italia rispetto agli altri paesi europei spende il 30% in più per la politica e la dinamica di crescita della spesa è doppia. Attraverso l'abbattimento dei costi della casta si potrebbero risparmiare oltre 10 miliardi di euro, utili ad azzerare del tutto, tanto per dirne una, l'addizionale regionale e comunale sull'Irpef. Se ai "tribuni" più alti in grado (1.032 unità) aggiungiamo pure i 1.366 presidenti, assessori e consiglieri regionali; i 4.258 presidenti, assessori e consiglieri provinciali; i 138.619 sindaci, assessori e consiglieri comunali; gli oltre 12 mila consiglieri circoscrizionali; le 24 mila persone nominate nei consigli di amministrazione di società partecipate, enti, consorzi e autorità di ambito; le quasi 318 mila persone che hanno un incarico o una consulenza elargita dalla pubblica amministrazione; la massa del personale di supporto politico (dicasi "portaborse") addetto agli uffici di gabinetto dei ministri, sottosegretari, presidenti di Regione, di Provincia, sindaci, assessori regionali, provinciali e comunali; i direttori generali, amministrativi e sanitari delle Asl; la moltitudine dei componenti dei consigli di amministrazione delle Ater e degli enti pubblici si arriva a un vero e proprio esercito di sanguisughe che vive "di" e "attorno" alla politica, bruciando circa il 2% del Pil nazionale (fonte Uil).

Qualche numero per capire lo sperpero. Parlando di Regioni, la Sicilia spende per il personale 1,78 miliardi di euro, contro i 202 milioni della Lombardia e i 151 milioni del Veneto. A livello di servizi erogati, invece, le 20 regioni spendono mediamente 2,2 mila euro a cittadino. Le più costose sono le regioni a statuto speciale che spendono 3,4 mila euro per cittadino, mentre quelle a statuto ordinario ne spendono 1,9 mila. La palma della più spendacciona, difficile a credersi, va alla Valle d'Aosta.

Quanto alle Province, ora nell'occhio del ciclone per il voto recente del parlamento, allo Stato costano 14 miliardi di euro all'anno, pari a circa 160 euro pro-capite ogni dodici mesi. In tutto sono 110 e danno da mangiare a 61 mila dipendenti. Invece che diminuire, crescono: negli ultimi sette anni ne è spuntata una all'anno. Ci sono anche quelle in versione "mini", ovvero con meno di 200 mila abitanti: 19 in tutto. Le entrate tributarie incassate direttamente dalle Province sono di circa 4 miliardi di euro all'anno, provenienti da Rc auto, imposta di trascrizione e addizionale energetica. Ma incamerano altresì 3 miliardi per la viabilità, 900 milioni per la tutela ambientale, 1,6 miliardi per l'edilizia scolastica e 1,2 miliardi per lo sviluppo economico. Poi spendono 800 milioni di euro per i corsi di formazione professionale, 500 milioni per la gestione dei Centri per l'impiego, 1,3 miliardi per il trasporto pubblico extra urbano, 550 milioni per la promozione turistica.


Non dimentichiamoci infine dei Comuni, sempre più indebitati. Secondo una recente indagine parlamentare essi hanno, in media, 1.621 euro di debiti per abitante. A Torino spetta il primato negativo: 3.421 euro.

L'esempio ultimo della bocciatura condivisa del provvedimento "ammazza province", per tornare al caso anche mediaticamente più eclatante, è l'emblema della strafottenza e dell'ipocrisia del nostro ceto politico. Stanno lì a sbraitare, a fingere di azzuffarsi, a perdersi in fasulla retorica e in spicci populismi, ma quando possono rimetterci la poltrona e il portafoglio tutti o quasi allineati e coperti. Manco rischiassero di morire di fame...vero, Ministro Rotondi?

Eppure, "Le province nascono e si sviluppano come entità il cui scopo storico è letteralmente opposto a quello dell’autogoverno del territorio, nonché della vicinanza ai cittadini-governati: nell’impostazione tradizionale sviluppatasi in Francia, importata dallo Stato Sabaudo e poi da quest’ultimo esportata in tutta la Penisola, le Province sono mere articolazioni locali del potere centrale..." (Dal libro "Abolire le province", di Silvio Boccalatte). Con buona pace di chi sostiene di difenderle per principio ideologico più che per tornaconto clientelare, come i "malpancisti" in camicia verde: censori in Padania, forchettoni a Roma ladrona.

Dunque, questi enti parassitari, che diventano sempre di più e servono sempre di meno, sono duri ad essere estirpati per i vasti e trasversali interessi che rappresentano a livello centrale e periferico. Nella piramide dell'ordinamento degli enti locali italiani stanno come il terzo incomodo, a metà strada fra regioni e comuni (non meno dispendiosi). Hanno poche competenze e con la riforma del federalismo fiscale del 2009 (dai dubbi effetti pratici e che dopo l'approvazione di questa Finanziaria restrittiva rischia definitivamente di andare a farsi friggere), hanno perso ulteriormente di senso e funzioni.

Chi ha provato a disarcionarle dalla Costituzione è stato Antonio Di Pietro, che dopo la bocciatura in parlamento della sua proposta di legge ha deciso di avviare una raccolta di firme per un referendum che le abolisca definitivamente e per ridurre, nel complesso, i costi esorbitanti della politica. Una nuova consultazione popolare appare di nuovo, quindi, come l'unico rimedio ai mali vecchi e nuovi della nostra società bloccata ed egoista. In tale direzione sembra voglia muoversi pure il gruppo di Futuro e Libertà, ma altri certamente si accoderanno nella società civile.

Tante sono però le iniziative già attive, soprattutto sul web, che puntano a sensibilizzare l'opinione pubblica rispetto alla questione. Esistono siti come aboliamo le province, aboliamole, o campagne on line come NOPROV e nonservenonvoto o come quelle lanciate di recente da giornali vicini alla maggioranza di governo: Libero e Il Tempo. C'è poi una petizione, che chiunque può firmare e condividere.

All'estero, da sempre e con una punta di perfidia e di supponenza, si ripete che noi italiani siamo un paese molto "provinciale". Forse è finalmente chiaro cosa intendano con tale giudizio. Facciamogli vedere chi siamo, allora: "Sprovincializziamoci!" Uno slogan già di moda fra i sostenitori della soppressione delle province che può segnare, partendo dal basso, una nuova svolta riformatrice e modernizzatrice "a costo zero". Si ascolti, in proposito, l'interessante servizio di FunkRadio, una emittente radiofonica tedesca molto ascoltata fra i nostri connazionali emigrati.

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