Siamo onesti: l'esecuzione di Gheddafi sta bene a tutti. In primo luogo agli insorti, che tralasciando ogni giudizio morale (rectius: ipocrita) riguardo alle modalità, a loro modo hanno fatto “giustizia” per un quarantennio di oppressione e sofferenze. Ma anche all'Occidente, i cui leader non subiranno l'umiliazione di una paventata chiamata in correità ora che l'ex qa'id non potrà più parlare in un'aula di tribunale. Due piccioni con una pallottola alla testa, pardon una fava.
Ora che tutto è finito, la vera questione da chiarire non è cosa è successo dopo la cattura di Gheddafi, ma cosa accadrà ora che il nemico non c'è più. La morte di Gheddafi ha fatto venir meno l'unico collante tra le varie fazioni ribelli: l'esistenza di un nemico comune. Perché la nuova Libia si presenta come una costellazione tutt'altro che omogenea e già in agosto il Cnt aveva mostrato i primi scricchiolii.
A dispetto delle immagini di giubilo mostrate dalla tv, la gente non si è lasciata andare ai festeggiamenti. Si cerca di capire chi prenderà il posto del vecchio regime. Nella capitale il potere è nelle mani di Abdul Hakim Belhaj ('Abd al-Hakim Bilhag), comandante militare della Brigata Tripoli, responsabile del mantenimento dell'ordine in città. Fondatore del Movimento islamico combattente libico, la sua storia (intrisa di jihadismo e con una parentesi di extraordinary rendition sotto la custodia del MI6) somiglia alla trama di un film d'azione. Ha assunto il comando della Brigata in seguito all'operazione Mermaid Dawn, che ha segnato la fine della battaglia di Tripoli; oggi ringrazia il contributo dei miliziani di Misurata, Bengasi e Zintan nella conquista della capitale. Ma lui stesso è un personaggio venuto da fuori e oggi chi in città chi applaude la liberazione non nasconde la diffidenza nei suoi confronti, come verso tutta la leadership di Bengasi. Una diffidenza acuita nel suo presunto coinvolgimento nell'assassinio di Abdul Fatah Younis ('Abd al-Fattah Yunis), ex fedelissimo di Gheddafi e comandante ribelle dell'ultim'ora, avvenuto lo scorso 28 luglio.
La frustrazione dei tripolini verso Bengasi ha molte ragioni. Non soltanto perché Tripolitania e Cirenaica sono due cose diverse (la Libia è di fatto un'invenzione italiana). Bengasi non ha patito le sofferenze del resto del Paese. Saldamente protetta sotto l'ombrello della risoluzione 1973, non è stata teatro di battaglie agli angoli delle strade come Zawiya, non è passata più volte di mano come Ras Lanuf, o stretta d'assedio come Misurata. I suoi volontari sono visti con sufficienza, inchiodati per mesi sul fronte di Brega nonostante i raid della Nato, alimentando gelosie e risentimenti tra le milizie delle altre città.
Il Cnt non gode di maggiore stima. I suoi membri non sono altro che pezzi del passato regime, traghettati dall'altra parte della barricata per convenienza. A cominciare da Mustafa Abd al-Jalil, che quando era a capo della Corte d'Appello di Bengasi pronunciò per due volte la sentenza a morte nei confronti di cinque infermiere bulgare accusate di aver infetto 400 bambini con il virus Hiv, poi risultate innocenti, e che Amnesty International e Human Rights Watch avevano messo sotto accusa per i metodi di arresto, la mancanza di garanzie di difesa nei processi e i prolungati periodi di detenzione. OppureAbd al-Fattah Farag al-'Ubaydi, ex Ministro dell'Interno e compartecipe nel mantenimento dell'ordine nel Paese a suon di arresti e misure repressive, come anche Ahmad Darat, anche lui già giudice a Bengasi e adesso Ministro dell'Interno ad interim.
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