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Diabete di tipo 1: tutto ciò che dobbiamo sapere

Tra cellule staminali, modulazione della risposta immunitaria e nuove tecnologie: ecco il futuro della ricerca. 

di Cristina Da Rold

Come abbiamo visto nella scorsa puntata, 10 persone su 100 con più di 18 anni nel mondo soffrono di diabete, il 10% delle quali di diabete di tipo 1. In Italia sono circa 300.000 i malati di tipo 1. Uno dei mostri neri del nostro tempo, dato che, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2030, cioè fra appena vent’anni, il numero dei diabetici nel mondo sarà duplicato rispetto al 2005.

Parlare di diabete in generale però ha poco senso, poiché si tratta di due patologie molto diverse fra loro, accomunate dal fatto di coinvolgere i meccanismi che regolano la produzione di insulina nel nostro corpo, con la conseguente la presenza di notevoli quantità di glucosio in sangue e urine.
“Per avere un quadro puntuale dello stato dell’arte sul diabete è necessario che distinguiamo i due fronti: quello della conoscenza della malattia, cioè come si origina e quali sono i meccanismi che la governano, e quello della terapia, ovvero come trattarla e curarla” ci spiega Lorenzo Piemonti, diabetologo presso l’Ospedale San Raffaele di Milano, dove è vice direttore dell’Istituto di Ricerca sul Diabete (DRI).

Che cos’è il diabete di tipo 1?

La principale differenza fra diabete di tipo 1 e 2 è che il primo coinvolge una risposta immunitaria. Il diabete tipo 1 è infatti una malattia autoimmune: il sistema immunitario del malato non riconosce le cellule del pancreas (chiamate cellule beta) che producono un ormone, l’insulina, e come conseguenza le distrugge. Il pancreas a poco a poco non è più in grado di produrre l’insulina, che avrebbe il compito di trasportare il glucosio all’interno delle cellule.

Grazie all’insulina il glucosio –una fondamentale fonte di energia per il nostro corpo – viene immagazzinato dai muscoli come glicogeno. Non producendo più insulina quindi, il corpo del diabetico si trova in deficit di glucosio, che non essendo assorbito dalle cellule rimane nel sangue e oltre una certa soglia si riversa nelle urine. Si tratta di una patologia giovanile, perché viene diagnosticata principalmente in giovane età, anche se si possono avere casi in età adulta.

Qual è la causa?

Partiamo dalle conoscenze, o per meglio dire dalle non-conoscenze. Sebbene sappiamo oggi definire la predisposizione al diabete e come procede la malattia, non abbiamo ancora capito quale sia la sua origine. “Al momento vi sono molte teorie al riguardo – prosegue Piemonti – da chi sostiene che alla base dello scatenarsi della patologia ci sia un virus, a chi ritiene che la causa scatenante sia una forte reazione immunitaria a fattori ambientali. Altre teorie ancora sostengono che la ragione sia un’eccessiva igiene durante l’infanzia. La verità è che ancora oggi non sappiamo con certezza che cosa scateni il diabete. Sappiamo soltanto che con passare dei decenni l’incidenza della malattia è aumentata notevolmente, e il trend non accenna a diminuire.”

Che cosa sappiamo

Se una risposta definitiva sulla causa ancora non ce l’abbiamo, possediamo invece una conoscenza approfondita della patogenesi della malattia, cioè come essa agisce a livello del pancreas. Quello che si è consolidato con il progredire delle ricerche è che la risposta immune è il braccio armato della malattia che porta alla distruzione delle cellule che producono insulina. Negli ultimi anni si è anche cominciato a comprendere che altri organi oltre al pancreas potrebbero essere coinvolti nello sviluppo della malattia.

“Abbiamo scoperto per esempio che l’intestino è un organo estremamente rilevante poiché strettamente correlato con la malattia, e supponiamo che un ruolo di primo piano sia giocato dal microbiota, i batteri presenti all’interno del nostro intestino. Vi sono delle evidenze importanti che avallano questa ipotesi – prosegue Piemonti – e si tratterebbe di una conferma importantissima perché, se davvero fosse dimostrata una correlazione diretta fra la presenza del microbiota nell’intestino e l’insorgenza del diabete di tipo 1, allora potremmo agire a quel livello cercando di modulare la flora batterica.”

Al momento il diabete di tipo 1, a differenza del più comune diabete di tipo 2, non si può prevenire attraverso uno stile di vita sano, perché alla base vi è una risposta immunitaria.

Ci manca uno sguardo sui primi passi della malattia

Il problema principale per la ricerca sul diabete di itpo 1 è che normalmente studiamo la malattia a distanza di anni da quando si è originata, e ciò ci costringe a una ricostruzione a posteriori che è comunque parziale. “Inoltre i modelli animali per il diabete di tipo 1 non sono sufficientemente precisi per essere assunti come rappresentativi per l’essere umano” precisa Piemonti. Normalmente al paziente viene infatti diagnosticato il diabete quando quest’ultimo inizia a manifestare problemi di glicemia, ma a questo punto la malattia è già a uno stadio avanzato.

“Oggi sappiamo che il pancreas del diabetico è circa un terzo più piccolo rispetto alle persone sane, ma le ragioni di queste dimensioni ridotte non ci sono ancora note” continua Piemonti. Non sappiamo se si tratta di un fatto congenito o di un rimpicciolimento del pancreas dovuto proprio al diabete. “Insomma, siamo ancora in alto mare in questo senso, ragione per cui è importantissimo l’accesso a banche dati di tessuti di persone malate per poter studiare la malattia a vari stadi. ” In Italia è possibile per i ricercatori avere accesso a banche dati internazionali di tessuti, chiamate biobanche, come nPOD.

Terapia con le staminali: a quando?

Sul versante terapia, al momento, non possediamo una cura per il diabete di tipo 1, ma una strada che la ricerca sta battendo è senza dubbio quella delle staminali. “L’idea è quella di differenziare a partire dalle staminali le cellule che producano insulina, in modo da sostituirle a quelle danneggiate del paziente. Si tratta di una possibile strada percorribile anche per una quota dei malati di diabete di tipo 2” spiega Piemonti. Si tratterebbe di inserire un micro device sottocute, una sorta di sacchetto contenente le cellule sane e che le proteggerebbe dall’attacco del sistema immunitario.

“Al momento negli Stati Uniti è in corso un trial per questo tipo di approccio, e siamo alla fase uno/due, iniziata nell’ottobre del 2014. Anche l’Europa è coinvolta in una sperimentazione clinica nell’ambito del progetto Horizon2020 che dovrebbe partire nel giro di un anno.” Le cellule staminali potrebbero dare buoni risultati anche per il trattamento delle complicanze dovute al diabete su altri organi, come la retinopatia.

Modulare il sistema immunitario

Un’altra strada battuta dai ricercatori è quella di cercare di modulare la risposta immunitaria,. “Ci sono dei dati che verranno rilasciatiall’inizio del 2017– racconta Piemonti – che si riferiscono a uno studio internazionale basato sulla somministrazione per via orale di insulina in soggetti ad alto rischio di sviluppare la malattia che, se positivi, potrebbe rivoluzionare il campo della prevenzione del diabete di tipo 1, potendo per il futuro anche immaginare strategie discreening per la prevenzione. Non dimentichiamo che lo screening deve essere giustificato da una possibile terapia efficace per trattare la malattia che si mira a diagnosticare attraverso di esso.

Il contributo della tecnologia

Da un lato c’è la ricerca, dall’altro la tecnologia, che anche se non si pone l’obiettivo di guarire dalla malattia, può comunque fare un’enorme differenza circa il suo trattamento, e quindi sulla vita dei pazienti, anche per quelli affetti da diabete di tipo 2. Al momento la ricerca procede nella direzione di produrre nuove insuline in laboratorio – le cosiddette smart insuline – che hanno il potere di autoregolarsi, ma anche verso la messa a punto nuove tecnologie per la somministrazione dell’insulina, fino al noto pancreas artificiale.

Vi è poi il tanto discusso xenotrapianto, cioè la possibilità di trapiantare nell’uomo organi di animali, come per esempio il suino, data l’impossibilità di avere a disposizione un numero sufficiente di organi provenienti da esseri umani sani deceduti da trapiantare. “Ora come ora prima di pensare allo xenotrapianto bisogna prima risolvere il problema del rigetto, che è ancora enorme. Tuttavia, alcuni recenti avanzamenti della ricerca fanno presupporre interessanti passi in avanti nei prossimi anni.”

@CristinaDaRold

Leggi anche: Diabete: nel 2030 colpirà 1 adulto su 10

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.

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