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Cubeddu, le femministe, gli short e la violenza sulle donne

Una riflessione a mente fredda sull'articolo del giornalista del Secolo XIX, Marco Cubeddu, e sulla polemica delle ragazzine in short. Tra luoghi comuni, estremismi e poco buon senso. 

Non è facile oggi fare battaglie femministe in difesa delle donne senza rischiare, talvolta, di rasentare un estremismo illogico e di parte. Preferisco quindi parlare di battaglie per le donne, per tenere lontano da me ciò che considero estremo e dannoso ai fini di un obiettivo.

Nella lotta di genere ci sono cose che condivido e cose che sento distanti, e non è la prima volta rispetto a una teoria o a un'ideologia, che provo questa sensazione.

Avere degli assunti certi può aiutare a semplificare la realtà e a trarre facilmente conclusioni, ma non aiuta la riflessione, il confronto e la comprensione delle problematiche che attanagliano società complesse come le nostre. Questo è il motivo per cui, in generale, non prendo parte a collettivi, partiti politici, associazioni politico-culturali et similia, ma sembra sempre che osservi da fuori, cercando di farmi un'idea sulle cose che sia mia. Non riesco, ahimè, a star stretta in un "pensiero unico" pure quando questo si definisce alternativo e agli antipodi del mainstream, ovvero divergente rispetto al cosiddetto pensiero dominante.

Tornando al discorso "femminista" sono consapevole di come questo movimento abbia portato avanti battaglie fondamentali e vitali per le donne e come continui a farlo, oggi più di prima, attraverso una rete internazionale e all'utilizzo di nuovi media come i social network.

Le battaglie tramite hashtag e tag attirano sempre più spesso l'attenzione anche di altri media e in breve tempo alcune tematiche diventano notizie di primo piano. Come il caso della giovane Amina, o del gruppo Femen. Ancora più lampante è il caso della diffusione del termine femminicidio per indicare l'omicidio di genere e ultimamente la protesta contro un articolo discutibile di Marco Cubeddu pubblicato dal Secolo XIX. Ho detto già la mia sul femminicidio in un articolo pubblicato su Agoravox, e ho aspettato l'evoluzione del caso per parlare del "provocatorio" articolo di Cubeddu, cui sono seguite reazioni di vario genere, per farmi un'idea sulla questione che non fosse dettata dall'impulsività.

Sono arrivata alla conclusione che Cubeddu sia stato semplicemente molto superficiale, semplificando all'osso un problema storico e problematico come quello della violenza sessuale sulle donne e in particolare sulle giovani donne. Lui fa riferimento al vestiario succinto di ragazzine di 11-12 anni in piena estate, sollevando ovviamente una grossa polemica.

Si parla di ragazzine delle scuole medie che giocano a gavettoni in strada, noncuranti molto probabilmente, di poter attirare sguardi indiscreti, e talvolta pericolosi, solo perché indossano comodi e corti pantaloncini (visto il caldo!). La domanda è proprio questa: tutte le ragazzine di 11-12 sono consapevoli, e fino a che punto, della propria sessualità? Il loro intento è davvero provocatorio? Le mamme e i papà sono responsabili del loro vestiario che potrebbe apparire "non consono"? E fino a che punto è possibile limitare una ragazzina mettendola in guardia rispetto al pericolo di attirare malintenzionati scoprendosi per il caldo? Domande, domande, domande. Quelle che dovrebbe porsi Cubeddu, e come lui, tanti altri professionisti dell'informazione, dell'educazione, della psicologia.



Ho cercato di farmi altre domande, per provare ad andare, almeno un po', alla radice del problema. Come crescono le ragazzine di oggi? Quali sono gli esempi che seguono? Quanto in fretta crescono e in che modalità si approcciano al proprio corpo e alla propria sessualità? Che ruolo hanno le famiglie e la scuola, i media e la comunità? Che rapporto hanno con l'altro sesso?

Sono donna, ho quasi 28 anni e sono stata una ragazzina anche io. Il problema più grande che vedo, onestamente, non sono gli short (che anche io indossavo in piena estate girando in bici nel mio quartiere o giocando con la palla nella stradina sotto casa, come tutte le ragazzine della mia età). Il problema credo sia che molte delle ragazzine di oggi tendano a vestirsi da ragazze più grandi senza averne la maturità mentale. È inquietante vedere ragazze di 14-15 anni vestite in modo più provocante e sexy di donne di 26-27 anni. È preoccupante vedere loro bruciare le tappe, perdendo pezzi d'infanzia e di pre-adolescenza fondamentali per la crescita. Questo è un problema culturale, di educazione, che deve portarci a fare domande più ampie, sui valori e gli esempi che i giovani d'oggi hanno e percepiscono, soprattutto attraverso i media che tanto li influenzano e li formano. E sul ruolo della famiglia, sempre più complesso e difficile, in bilico tra permissività e modello autoritario.

Ma mai, mai si deve pensare che siano gli atteggiamenti femminili a provocare la violenza, che è sempre ingiustificata. Lo stupro è sempre esistito, in ogni epoca storica, religione e società, a prescindere dai costumi e dagli usi delle donne. I casi di cronaca, così come studi e sondaggi, non hanno mai evidenziato collegamenti tra lo stile di vita delle donne o i loro modo di abbigliarsi e le violenze subite. Chi stupra lo fa per ragioni che vanno al di là del puro istinto sessuale animale incontrollabile, ma perché malato, disturbato.

Ciò non toglie che le donne, con intelligenza e amor proprio, debbano sapersi difendere a monte, senza però vivere con la paura o limitando la propria libertà. Ma chi difende le donne? In realtà nessuno, non siamo davvero mai libere, e non lo saremo fino a quando le nostre città non saranno sicure, le strade abbastanza illuminate e le stazioni delle metro abbastanza vigilate, anche di notte.

È troppo facile giudicare le donne e il loro stile di vita con un tristissimo "se lo è andata a cercare", è molto più difficile, anche per quelle società che si dicono evolute e progressiste, far sì davvero che le donne vivano in un mondo che non le faccia sentire in pericolo o in difetto. Queste sono le battaglie che vorrei che le mie amiche femministe o pseudo tali abbracciassero, oltre a fossilizzarsi sui problemi di "genere" e di "ruolo", pur altrettanto importanti e fondamentali.

Gli short non stuprano, e nemmeno le minigonne, e nemmeno la nostra sensualità dirompente, nemmeno la nostra femminilità. Nemmeno la nostra socievolezza e voglia di libertà, nemmeno sentirsi spiriti liberi e voler vivere una vita diversa da quello che il resto del mondo si aspetta.

Stuprano l'indifferenza, la noncuranza, l'arretratezza mentale e sociale. Fatevene una ragione.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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