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Conflitti: da Bruxelles la fragilità dell’Europa

Si fa dell’ironia sulla carenza nella prevenzione e nell’ingenuità di fermarsi a ciò che appare senza andare oltre e indagare nella vita dei soggetti “a rischio”, ma la verità è che non si possono identificare i possibili terroristi basandosi sullo stato sociale o sulla religione – sarebbe discriminatorio – anche perché, pure se una “irrilevante” percentuale non afferisce all’islam, ma solo a un irrefrenabile senso nichilista rivolto al Mondo e come afferma Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera “contro il nichilismo di chi è disposto a sacrificare la vita pur di bruciarne altre è difficile predisporre difese”.

Mettere sotto accusa il sistema belga è ingiusto quanto scaricare alla Grecia e alla Turchia la questione migratoria. È l’Europa che deve fare un passo avanti e i singoli paesi devono mettere in secondo piano gli individualistici interessi.

Sicuramente non è facile per un Belgio nella sua trasmutazione in "federalismo da sovrapposizione", con tre stati che hanno difficoltà a comunicare tra loro, poter coordinare operazioni antiterrorismo e avere la responsabilità di ospitare le istituzioni comunitarie europee più importanti.

Lo studioso dell’Islam Mathieu Guidère, nell’intervista sulla Stampa (Leonardo Martinelli 23 marzo 2016), paragona la Molenbeek di oggi alla Londra degli anni ‘90: entrambe luogo di supporto del terrorismo, senza che le autorità britanniche si rendessero conto del problema. Una situazione che verrà sbloccata, sotto la pressione statunitense, dopo la tragedia dell’11 settembre 2001.

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 La reazione britannica contro il terrorismo ha provocato gli attentati sui trasporti pubblici londinesi del 2005, così la richiesta francese per un maggior controllo sulla comunità islamica ha avuto come risposta le bombe all’aeroporto e nella metropolitana.

Il politologo francese Gilles Kepel, intervistato da Lorenzo Cremonesi per il Corriere della Sera, afferma che gli attentati vanno messi in connessione con l’arresto di Salah Abdeslam, il sopravvissuto agli attentati di Parigi, e che il terrorismo prolifica negli stati deboli, vedi Siria e Iraq, e quello belga è uno di questi, con l’incomunicabilità tra fiamminghi e francofoni.

Intanto Paolo Conti raccoglie, sempre per il Corriere della Sera, le disquisizioni di Massimo Ammaniti, psicoanalista e psicopatologo, sui rischi della paralisi della società Occidentale nell’era della perenne ansia, nello sconquassamento della quotidianità, rappresentata dalla possibile presenza del terrorista della porta accanto.

Dopo islamisti, politologhi e psicopatologi è la volta del filosofo polacco Zygmunt Bauman, intervistato da Francesca Paci, per La Stampa, che afferma e sintetizza in “Se cediamo alla paura la democrazia è morta” il momento che stiamo vivendo e ci mette in guardia dalla paura come cattiva consigliera.

La Paura e le strutture statali deboli sono i temi ricorrenti nei diversi interventi, ma soprattutto il non cedere, per panico, le redini della nostra vita ad un uomo forte, perché non potrà essere sufficiente identificare un unico nemico per l’Occidente come fattore unificante della Ue.

Gli organi d’informazione dovrebbero prendere coscienza del danno che fanno diffondendo notizie come scoop per poi scoprirne la inconsistenza di un gossip.

Esperti vengono intervistati per offrire la propria analisi dell’accaduto e dare consigli a Bruxellese e all’Europa per fronteggiare l’insicurezza dei tempi che viviamo.

C’è chi si inoltra in ardite equiparazioni tra lo Stato islamico e le Brigate rosse e altri che arruolano nella loro campagna islamofobica cantanti di successo solo perché durante un concerto hanno gridato “bastardi” all’indirizzo dei terroristi.

C’è chi sentenzia l’incapacità occidentale a comprendere l’importanza che Assad rappresenta per la stabilità dell’area e chi accusa l’Occidente di essere stato timido nell’appoggiare l’opposizione siriana.

Siamo ben lontani dall'avere a disposizione delle creature pensate da Philip K. Dick per Minority Report (Rapporto di minoranza), capaci di poteri precognitivi.

Non rimane, in attesa degli extraterrestri capaci di anticipare le azioni criminali e arrestare i potenziali colpevoli, di migliorare le condizioni di vita, attuando una necessaria oltre che morale condivisione del benessere di questa società opulenta, così togliendo ai reclutatori dei terroristi il retroterra di miseria e insoddisfazione.

Fuori da ogni emarginazione, per favorire l’integrazione e l’identificazione, confidando nell’interazione tra persone e non tra gruppi.

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