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Champions maestra di vita: fuori Barcelona e Real. Forse i soldi non sono tutto

L’uscita dalla massima competizione continentale delle due corazzate iberiche diventa il pretesto per una serie di considerazioni a tutto tondo, anche in relazione alla polemica dei negozi nei giorni di festa. Siamo sicuri che il profitto a tutti i costi paghi sempre?

Messi, Pique, Iniesta, Villa e Guardiola da una parte. CR7, Di Maria, Kakà, Benzema e Mourinho dall’altra. Ce ne sarebbe abbastanza per assicurare l’esenzione dall’Ici ad una città di 5000 abitanti e parliamo solo dello stipendio di dieci persone, impegnate nel mondo del calcio, a svolgere un lavoro che in Italia viene preso troppo sul serio.

Di certo son pronti, i soliti intellettuali della domenica, a far notare che ogni professione ha i suoi pro e i suoi contro: sarà pur vero, ma rispetto all’impiegato tipo o peggio ancora all’operaio, è evidente che l’industria del pallone riservi esclusivamente privilegi ai propri “impiegati”, sfamati dalla dipendenza di milioni di telespettatori asserviti al più grande tra i calmieri sociali. Auto di lusso, regimi fiscali agevolati (per le squadre spagnole, che pur in tempo di crisi spendono e spandono), sponsorizzazioni da sogno e riflettori sempre puntati contro: valgon bene le critiche sulle colonne di “Marca”, penserà probabilmente il signor Rossi, operaio di una fabbrica di tappi di bottiglia che si alza ogni mattina alle cinque, poco importa se c’è il sole o la neve.

I due team spagnoli, che insieme fatturano annualmente quasi un miliardo di euro, rimangono estromessi dalla corsa alla coppa con le grandi orecchie. Fior di professionalità, immagine curata nei minimi particolari, virtuosismi tecnici spinti al parossismo non sono bastati contro la caparbietà ed il cuore di Chelsea e Bayerncenerentole di un’Europa che troppo spesso (e in troppi settori) valuta il valore in base al censo. In fondo quel che accade sul campo di calcio, non è molto diverso da quello che accade quotidianamente nel tessuto sociale europeo, in cui è sempre più spesso il gap economico a fondare le differenze tra le persone.

Questa volta non è bastato: lo sfortunato Di Matteo non è certo il bello e impossibile Pep Guardiola, l’impermeabile di Heynckes non è tanto lungo quanto quello dello Special One, in ginocchio sperando in un miracolo che non può essere concesso a chi ha fede solo in sé stessi.

Poco importa, perché il catalano e il lusitano guarderanno la finale in panciolle, seduti davanti alla tv.

Paradossale che questa sconfitta dei giganti economici avvenga in un giorno in cui l’Italia, della crisi e del governo bankokratico, dovrebbe festeggiare la Liberazione dal Fascismo invece di smarrirsi per outlet, centri commerciali, esercizi aperti nel festivo in nome di un profitto da raggiungere a tutti i costi.

Le tradizioni, i valori, la storia di un popolo non possono essere svenduti in nome del dio denaro: sono le basi che fondano la nostra identità nazionale ed il nostro modo di essere.

Invece di respirare l’aria pura delle scampagnate all’aria aperta, ormai considerate “out” dalla stragrande maggioranza della popolazione (in nome di cosa? di una passeggiata in vialetti arredati con piante di plastica e giochi d’acqua?) in molti preferiscono tumularsi nelle cattedrali del consumo e dello spreco, autentiche prigioni di corpi e di coscienze appagate unicamente dall’apparire a tutti i costi, stordite dal luccichio degli ultimi ritrovati della tecnologia, anestetizzati da tv e carta patinata, che hanno fatto dell’immagine l’unica santa cui votarsi.

Inconcepibile: vivere in un paese che conta quarantasette siti UNESCO, ignorarli, ignorarne la storia e chiudersi in uno shopping mall, dove lavoratori sfruttati con contratti (rigorosamente!) atipici, trascorrono ormai pedissequamente tutte le giornate festive, con le autorità compiacenti che evitano di emanare provvedimenti ad hoc per impedire questi scempi. 

Sono veri e propri attentati alle istituzioni fondanti la società, la famiglia su tutte: un cittadino privo di affetti familiari è un perfetto automa asservito alle logiche profittocratiche. Tra qualche anno, di questo passo, riterremo normale il dover lavorare per Natale (d’altronde cos’è? un giorno come gli altri, siamo uno stato laico!!!) o per Capodanno. E non ci saranno più ristoranti pieni, perché gli avventori saranno tutti al lavoro, nel giorno di festa! Nelle fabbriche invece tirerà aria nuova, perché l’uomo sarà eguagliato alla macchina: per entrambi la vetustà sarà misurata in ore/lavoro.

Ma di chiudere nel festivo, come accadeva normalmente fino a non troppi anni fa, non se ne parla. Il motivo è facilmente intuibile: in diverse zone d’Italia, queste nuove forme del commercio al dettaglio, impiegano buona parte delle clientele dei vari consiglieri regionali, provinciali, comunali. Impossibile andare contro i propri interessi, quindi.

È un problema culturale, non riusciamo a renderci conto di quello che ci stanno rubando, crediamo che dieci euro in più o in meno possono fare la differenza. Io mi chiedo in che modo, considerato che molto probabilmente, quei dieci euro finiranno nelle tasche del fisco che prova a tenere il popolo sotto scacco con le classiche armi spuntate della comunicazione volta ad asservire il contribuente: la situazione attuale è da attribuire all’evasore fiscale, forse è da attribuire al meridione che impiega chiunque negli uffici regionali (vero, stesso discorso sulle clientele n.d.r.).

Degli aerei da guerra, dei compensi dei parlamentari, delle auto blu prenotate dal ministero dell’economia non si fa parola. Si sa, non sono questi i costi che possono influire sulla situazione economica di un paese…

Svegliamoci, è l’ora di liberarci di questo modus vivendi. 

I soldi, in fondo, sono solo un mezzo. Anche se per vecchi professori in profumo di loggia sembrano essere diventati il fine ultimo di una vita. Se non abbandoniamo al suo triste destino la cultura dei consumi, sarà l’uomo a farne le spese. 

Dove preferireste essere quando vostro figlio dirà la prima parola? A rifornire il display di un supermarket o ad abbracciarlo e a commuovervi per lui?

Questo articolo è stato pubblicato qui


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