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Celentano: a Sanremo un uomo... qualunque

Scenografie apocalittiche, siparietti degni del peggior teatrino di periferia, quintali di demagogia spicciola buona per tirare qualche applauso e far alzare lo share. Critica la società dell'immagine ma non esprime alcuna sostanza. 

Non basterà il profumo delle decorazioni floreali dell' Ariston, a coprire l'olezzo che aleggia sull'Europa delle banche e dei banchieri, quella guidata dai governi non votati dai popoli che subiscono quotidianamente l'abuso dei provvedimenti ritenuti indispensabili, per preservare una situazione di privilegio che arricchisce ulteriormente il potere finanziario a scapito dei cittadini.

E' pur vero che nessun altro evento televisivo, eccezion fatta per il Mondiale di calcio, riesce ad unire l'Italia come la manifestazione musicaledella cittadina ligure: difficilmente quei pochi che possono ancora permettersi cornetto e cappuccino al bar, nelle prossime gelide mattine di febbraio non verranno coinvolti in discussioni aventi ad oggetto le performance dei protagonisti, canterini e non.

L'attesa è terminata, inizia lo spettacolo: scene di guerriglia, aerei, missili, napalm, esplosioni, fiamme, grida degne di Guernica o, se ricordate e preferite, di Joan Lui, il flop cinematografico del molleggiato di qualche decennio fa.

L'aria da Messia della terza linea della metropolitana milanese è sempre quella di allora, le rughe sul viso molte di più, come quella sorta di inglese maccheronico di "Prisencolinensinainciusol", adesso arricchitosi di nuovi termini privi di significato. Certo, il Molleggiato è pur sempre un vero animale da palcoscenico, col microfono in mano e la sua voce caratteristica è una presenza di spessore. Se il giudizio si fermasse sugli aspetti artistici della performance, sarebbe altamente positivo: la capacità di catalizzare l'attenzione del telespettatore è sempre elevatissima, la voce accattivante e familiare.

Ma purtroppo c'è dell'altro: in un paese in cui i banchieri governano ed i politici rubano, il cantante Adriano cerca di fornire una interpretazione dell'attuale momento politico ed istituzionale che la povera Italia Canalis attraversa. Sono gli italiani a doversi svegliare, dice la soubrette, mentre Celentano si scaglia contro gli organi informativi vicini al mondo cattolico (Avvenire e Famiglia Cristiana, dimenticando l'Osservatore Romano), la politica è disgustosa, la sovranità non appartiene più al popolo: trecentocinquantamila euro di populismo arricchito da un siparietto con Pupo (un gigante, nella sua ridicolaggine interpretativa) e dai soliti applausi di circostanza, levati da chi ancora oggi può permettersi di pagare seicento euro per una poltrona all'Ariston. Si schiera contro la Consulta, rea di aver bocciato il referendum sulla legge elettorale. Protesta condivisibile, benché anche lo strumento di democrazia diretta dimostri palesemente la propria inadeguatezza a risolvere le necessità di un popolo del terzo millennio governato da una casta di politicanti di mestiere.

Parla di giudizio, di Paradiso, di vita e di pena di morte, di Cristo, di cultura dell'immagine, di giovinezza che svanisce. Parla di tutto, ma quel che dice è niente: un tipico calmiere sociale, una voce di dissenso controllato. Se davvero le speranze di risvegliare le coscienze degli italioti sono riposte in un cantante vicino ai settanta con manie di grandezza, non riesce difficile capire perché Berlusconi prima e Montibank poi hanno potuto dettar legge negli ultimi venti anni.

Tra qualche pezzo di repertorio e brani dell'ultimo album (da promuovere in RAI in prima serata, nel corso di un "grande evento") la performance delude gli illusi che si attendevano forse la rivelazione del terzo segreto di Fatima, e non restituisce un arrosto di peso proporzionato al fumo che ha sollevato il tanto chiacchierato ingaggio sanremese. Venti minuti di pura demagogia e farneticazioni, si concludono con una standing ovation giustificata solo dalla necessità di sgranchirsi un po' le ginocchia. 

E, per favore, qualcuno gli dica che non è il Messia, che Joan Lui era solo un film. Perchè da quanto visto, il Molleggiato si prende ancora sul serio. Ma forse è l'unico disposto a farlo.

Commenti all'articolo

  • Di Damiano Mazzotti (---.---.---.251) 15 febbraio 2012 11:04
    Damiano Mazzotti

    Sanremo quest’anno rappresenta la minestrina riscaldata da pochi soldi che hanno riservato nel kit di sopravvivenza della maggioranza degli italiani per i prossimo 4 anni...

    Non preoccupatevi: quando lo stomaco si rimpicciolisce piano piano i morsi della fame si sentono di meno...

    Comunque tutti questi vecchi lupi grigi che continuano a ululare e a sbranare il futuro italiano mi hanno rovinato il sonno e mi hanno rotto le scatole, per cui la tregua mediatica non potrà durare molto... Tutta colpa dell’ambientalismo politicamente corretto....

  • Di paolo (---.---.---.84) 15 febbraio 2012 11:07

    Non ho visto il Festival , non lo vedrò e non lo vedrei per niente al mondo .
    Soprattutto poi se la serata è incentrata su Celentano che considero il simbolo dell’ignoranza ,del qualunquismo e della banalità fatta persona . Non mi è dispiaciuto come cantante ,in sua compagnia ho giocato parecchie fiches della mia gioventù , ma avrei preferito che la " Via Gluck " fosse rimasta una canzonetta di " impegno " e non il trampolino verso l’auto santificazione .

    Hai ragionissima Nicola , Celentano è l’espressione peggiore della banalità che si prende sul serio .E’ come quel pittore da strapazzo che dichiara che lui la Gioconda non l’avrebbe mai fatta perché è " scolastica ", mentre invece i suoi scarabocchi astratti sono l’essenza dell’arte pura .

    Insomma all’imbecillismo non c’è mai limite.
    ciao

  • Di (---.---.---.43) 15 febbraio 2012 15:01

    quante anime pie hanno REALIZZATO che Pupo stava impersonando Berlusconi?
    che se non fosse per la bocciatura della consulta ora saremmo in una simil-dittatura (tu saresti alto come noi) ?? quanti ci sono arrivati ? Vediamo !

  • Di (---.---.---.104) 15 febbraio 2012 18:17

    Non so quanti ci siano arrivati. Allora, se volevano farla completa, magari era meglio farlo impersonare ad un Magalli, basso e calvo come il nanofolle. E meno caricaturale. La sceneggiata dell’esagitato che risolve i problemi gridando un "CAZZO!" alle telecamere e che si trova in impasse quando il partner non gli restituisce la battuta...



  • Di Luigi Nicotra (---.---.---.75) 15 febbraio 2012 19:09

    Francamente non capisco come si possa dare tanto spazio ad una persona come Celentano, consentendogli di sproloquiare a ruota libera. Non m’importa un accidente delle opinioni di Celentano né mi scandalizzo per le cose dette. Quello che mi scandalizza è che si consenta ad un cantante/simil guitto di occupare la scena non per fare il suo mestiere, ma per arringare le folle. Quanto poi a quanto dallo stesso chiesto, vale a dire la chiusura de L’Avvenire e di Famiglia Cristiana, scandalizza ancor di più perchè mai e poi mai a nessuno dev’essere consentito di chiedere che la stampa libera, quand’anche non piaccia, venga imbavagliata.

    Nè tanto meno, dovrebbe essergli consentito di insultare pesantemente chi non c’é, come ha fatto nei confronti di Aldo Grasso.

    Insomma, quella di Celentano è stata, al più, una lectio magistralis di intolleranza e personalmente penso che si possa e si debba essere tolleranti con tutti, salvo che con gli intolleranti.

    Celentano mi ricorda tanto Berlusconi che telefonava, sproloquiava, sparava ad alzo zero a dritta e a manca e poi chiudeva. Se Celentano pensa che le sue considerazioni siano pregnanti, anzichè fare il tribuno della plebe d’accatto, dovrebbe avere il coraggio e la correttezza di sottoporsi al confronto, con interlocutori che possano ribattere al suo vaniloquio.

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