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di Angelo Lo Verme venerdì 1 aprile 2011 - 0 commento oknotizie
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Canicattì: quando l’arte è poesia

Fin dall’antichità arte ha significato la capacità dell’uomo di realizzare un qualsiasi manufatto. Nel corso della storia il concetto di arte subisce varie trasformazioni. Nel periodo ellenistico si distingueva in arti comuni e liberali, dove le prime erano il prodotto dello sforzo fisico, le seconde di quello intellettuale. In ogni caso, già etimologicamente arte, in sanscrito “are”, dal latino “ars” e “artis”, corrisponde alla capacità umana di “ordinare”, “articolare”. E dunque, se per arte, in ogni sua forma, in senso ampio intendiamo ogni attività umana che riesca a togliere un frammento dell’irrealizzato pensiero cosmico che tutte le idee informi contiene per restituire ad esse una forma compiuta, inevitabilmente l’artista, sempre in senso ampio, è colui che riesce a dare un qualche ordine al caos cosmico.

In un senso invece più moderno e più comune e indicante in particolare un’attività umana più esclusiva, un’altra definizione di arte potrebbe essere che essa, sempre in ogni sua forma, è ciò che riesce a mutare uno stato di cose informi, casuali e disutili in qualcosa di bello, compiuto e utile ai fini comunicativi. L’arte, infatti, può e deve comunicare emozioni, sentimenti e idee attraverso i mezzi espressivi più idonei.

La poesia in particolare, oltre a usare il significato semantico delle parole per trasmettere un messaggio, utilizza il suono e il ritmo che le stesse parole riescono a imprimere alla frase grazie alla caratteristica dei versi. Frase che in tal modo diventa musicale, perciò molto più evocativa ed efficace di quella della scrittura in prosa, e quindi più adeguata per trasmettere emozioni e sentimenti.

Nella poesia, infatti, “l’a capo” obbedisce solo a esigenze ritmiche, mentre nella prosa serve a indicare una separazione concettuale. La poesia è nata prima della scrittura, in forma orale e così tramandata principalmente per trasmettere emozioni, poi accompagnata dalla lira per meglio emozionare. Perciò la poesia non ha necessariamente un significato compiuto, dove esso comunque è solo una parte della comunicazione; la rimanente è emotiva piuttosto che verbale, e quindi la sintassi e l’ortografia possono anche non essere rispettate rigidamente, se ciò, chiamata “licenza poetica”, è funzionale all’efficacia del messaggio complessivo.

Anche nelle arti figurative in un certo senso esistono le “licenze”, arte che più si avvicina alla poesia come modello comunicativo. Il termine “avanguardia” (dal francese avant-garde, cioè, “prima della guardia”, che è la parte dell’esercito che procede avanzato rispetto al grosso della truppe), nel 1830 indicava il ruolo degli intellettuali, per lo più di sinistra, di ispiratori delle lotte politiche del liberalismo. Verso la fine del XIX secolo si usò per indicare i movimenti letterari e artistici, spesso in polemica tra di loro, che intendevano essere più “avanti” rispetto ai contemporanei, ritenendo moderno rompere con la tradizione e biasimare gli imitatori dei classici. Un elemento per inquadrare i movimenti di avanguardia è il nesso attuato dai vari gruppi tra oggettività e soggettività, enfatizzandone l’uno o l’altro aspetto a seconda del gruppo; inoltre si distinguevano per il loro attivismo esasperato, il gioioso senso dell’avventura e il piacere dell’opposizione e dell’antagonismo.


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