Il suo vero nome è Maria Luisa Ceciarelli, ma sono in pochi a saperlo, a parte i dizionari di cinema e le enciclopedie pubblicate su Internet. Nasce da una famiglia borghese, frequenta il Pittman’s College, quindi l’Accademia d’Arte Drammatica di Roma, dove nel 1953 si diploma attrice.
Monica Vitti è una ragazza alta, bionda, lentigginosa, dagli occhi azzurri, non si considera bella, ma non è vero, perché la sua figura elegante e algida emana sensualità. Dal 1954 al 1957 recita in teatro, dove interpreta alcuni ruoli, prima modesti, poi sempre più impegnativi: Ifigenia in Aulide, La mandragola, L’avaro, L’isola dei pappagalli e Madre coraggio e i suoi figli, Senza rete, Bella e Amleto. Monica Vitti alterna con disinvoltura personaggi drammatici a caratterizzazioni comico - brillanti, una costante della sua vita artistica.
La svolta decisiva per la carriera della bella attrice romana è datata 1957, quando avviene l’incontro professionale con il grande Michelangelo Antonioni. Il regista ferrarese si innamora - in tutti i sensi - di Monica Vitti, la vuole interprete di opere teatrali come Io sono una macchina fotografica e Scandali segreti. In questo periodo la Vitti recita in teatro anche Ricorda con rabbia e I caprici di Marianna.
Il cinema entra nella vita di Monica Vitti prima come impegno di secondo piano, poi come momento fondamentale della professione. I primi lavori non sono eclatanti, ma modeste commedie di maniera riconducibili al neorealismo rosa: Ridere! Ridere! Ridere! (1954) di Edoardo Anton, Adriana Lecouvreur di Guido Salvini (1956), Una pelliccia di visone (1956) di Glauco Pellegrini e Le dritte (1959) di Mario Amendola.
Monica Vitti lavora come doppiatrice, prestando una voce calda e appassionata a Dorian Gray (Il grido) e a Rossana Rory (I soliti ignoti). Michelangelo Antonioni la trasforma in diva e ne fa la sua musa ispiratrice, un modello di donna tormentata, facendola recitare in alcuni lavori fondamentali del cinema italiano, dove esprime il difficile rapporto uomo - donna e l’incomunicabilità tra simili.
L’avventura (1960) è il film simbolo della prima parte della carriera di Monica Vitti, che disegna il suo carattere “nevrotico” seguendo alla lettera le indicazioni di Antonioni. Molto bravo anche l’alter ego maschile, Gabriele Ferzetti, che contribuisce a creare una serie di situazioni simboliche per stigmatizzare il male di vivere. L’avventura è un trionfo al Festival di Cannes, che vuol dire notorietà internazionale.
Michelangelo Antonioni dirige Monica Vitti anche ne La notte (1961) - Nastro d’Argento come attrice non protagonista -, L’eclisse (1963) e Deserto rosso (1964). Altri suoi film di questo periodo sono: Le quattro verità (1963) di Antonio Blasetti - episodio La lepre e la tartaruga -, Il castello in Svezia (1963) di Roger Vadim e Confetti al pepe di Jacques Baratier.
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