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di حكيم النور (sito) lunedì 6 giugno 2011 - 1 commento oknotizie
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Brasile: la maggiore economia del Sud America è più fragile di quanto sembri

Il Brasile del dopo Lula ha molto di cui essere orgoglioso: il decennio appena concluso è stato caratterizzato da una continua fase di crescita, combinata ad un programma di politiche sociali ha consentito una maggiore condivisione del benessere. Dal 2004 il Paese ha registrato una crescita media intorno al 5%, con una sola lieve flessione nel 2009 (-0,6%) e toccando la punta del 7,5% lo scorso anno. Il tasso di disoccupazione di aprile, attestato al 6,4%, è il più basso mai registrato. Il mercato del credito è in forte espansione. L'indice di Gini, che misura la disuguaglianza nella distribuzione del reddito, seppur ancora alto, è fortemente diminuito. Per la maggior parte dei brasiliani le condizioni socioeconomiche non sono mai stato così floride.

Un successo costruito, da un lato, attraverso un'oculata politica di riforme, dall'altro grazie alla crescita dei prezzi delle materie prime, di cui il Paese è esportatore. Merito e fortuna, dunque, nell'ascesa della nuova stella del Sud. Un paese che negli anni Duemila ha mantenuto un'invidiabile stabilità sul piano macroeconomico, superando la crisi finanziaria del 2008 meglio delle più titolate potenze occidentali. Negli ultimi tre anni la Borsa ha registrato un continuo afflusso di capitali esteri. Non sorprende la soddisfazione di molti funzionari verdeoro, i quali sostengono che è il resto del mondo ad avere da imparare dal Brasile e non più viceversa.

I funzionari in questione, al contrario, dalla crisi finanziaria globale avrebbero da imparare eccome. La crescita prevista per il 2011 sarà del 4,5%, in discesa rispetto al picco del 2010. ma a preoccupare è l'inflazione, che balzerà dal 5% al 6,3%1. A preoccupare è il fatto che a fare da traino all'aumento dei prezzi, come altrove, sono il cibo e i carburanti. Insomma, l'economia di Brasilia si sta surriscaldando.

Lo sviluppo industriale ha forgiato una classe elevata responsabile di una crescente evasione fiscale. Una sottrazione di risorse che rischia di porre in stallo i programmi sociali del governo, con la conseguenza di allargare nuovamente la forbice tra ricchi e poveri. Inoltre, gli aumenti salariali previsti per mantenere i livelli retributivi al passo con l'inflazione stanno surriscaldando anche il mercato del lavoro. Gli investitori stranieri stanno rivedendo i loro impieghi nel Paese. Se molti di loro decidessero di disinvestire, ciò si tradurrebbe nel consequenziale deprezzamento della moneta, il che aumenterebbe la spirale inflattiva.

La crescita a lungo termine del Brasile è incerta.

Il rimedio più classico per contrastare l'inflazione è il rafforzamento delle politiche macroeconomiche, a cominciare dall'innalzamento dei tassi di interesse da parte della Banca centrale. Gli effetti naturali sono la riduzione della domanda di credito e l'aumento degli investimenti stranieri, attratti dai maggiori rendimenti. Ma le fluttuazioni monetarie di oggi sono ancora più accentuate rispetto a prima della crisi finanziaria nel 2008, quando la disoccupazione era molto più alta. Gli economisti brasiliani sono preoccupati che l'ingresso massiccio di capitali esteri possa comportare una sopravvalutazione della moneta, rendendo le esportazioni meno competitive sui mercati d'oltre confine e penalizzando così la produzione industriale.


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