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Biogas: gli impianti nascono come funghi, sono buoni o velenosi?

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Gian Piero Baldi, reumatologo, Medico ISDE, Presidente Bio Ambiente Tarquinia
Area Olivastro nel Comune di Tarquinia, interessata da un impianto a biogas

Da Tarquinia ennesima bocciatura della produzione di biogas da rifiuti urbani. Questa la sintesi del convegno che ha registrato il tutto esaurito di cittadini partecipanti: “Biogas dalla frazione organica dei rifiuti: i perché del no”, introdotto dal dottor Gian Piero Baldi, reumatologo, medico ISDE, presidente dell’Associazione Bio Ambiente Cura e salvaguardia del territorio di Tarquinia e dell’Alto Lazio, che con il Forum Ambientalista ha organizzato l'evento.

Ma non tutti sembrano d’accordo: “Si tratta di impianti che trovano il favore di istituzioni e ambientalisti”. Questo si legge in una fotocopia di giornale locale (vedi foto), posta sotto il tergicristalli delle auto parcheggiate all’ingresso di Tarquinia. Scorrendo l’articolo, si scopre che il virgolettato dovrebbe essere attribuito a Toni Moretti, responsabile delle Relazioni esterne del Consorzio Pellicano. La società - specializzata nella raccolta, trasporto, differenziazione e recupero rifiuti - è da qualche mese al centro delle polemiche, suscitate dal progetto di costruire un impianto a biogas in un’area agricola, di fronte all’attuale stabilimento.

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Fotocopia di quotidiano locale 10 aprile 2014
 
Alcuni giorni fa, nella conferenza dei servizi della Provincia di Viterbo, il progetto ha incassato uno stop grazie alle osservazioni, presentate dal dottor Baldi e dal Forum Ambientalista, assistiti dall’avvocato Michele Greco.

Ma chi sono gli ambientalisti cui fa riferimento Moretti e che credono nel biogas come scelta per uscire dal fossile, non tanto dannoso per la salute e con il vantaggio di produrre energia rinnovabile grazie ai sostanziosi incentivi statali pagati dagli italiani?

Potrebbero far capo a Legambiente, anche se non citata nell’articolo, la cui posizione solitaria è nota e non sempre coerente. Sul biogas in particolare, non lascia dubbi l’incipit dell’articolo sull’Espresso “Ha l’odore acre del biogas la svolta imprenditoriale di Legambiente”.

Quanto poi l'idea del biogas, come strumento utile a uscire dal fossile, sia condivisa a Tarquinia, lo si capisce nel corso del Convegno (vedi resoconto) in cui la contrarietà di quanti sono intervenuti come pubblico o come esperti è stata totale, con una sola comprensibile eccezione..

Ma l’accusa più seria contri gli impianti a biomasse e biogas non arriva tanto da arrabbiati ambientalisti, quanto da medici dell’ambiente aderenti all’ISDE quali Gianni Ghirga, pediatra presso l’Ospedale San Paolo di Civitavecchia, e Mauro Mocci, medico di base e attualmente Coordinatore del Registro Tumori ASL RMF.

Un ulteriore contributo è arrivato dal professor Michele Corti, presidente del Coordinamento nazionale Terre Nostre dei comitati no biogas no biomasse, e dall’avvocato Michele Greco che ha sottolineato gli strumenti legali e normativi a disposizione dei cittadini.

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Gianni Ghirga, pediatra Ospedale San Paolo, medico ISDE

Nel suo intervento, il dottor Ghirga ricorda che in presenza di un aumento del 10% di tumori maligni e di un incremento dei decessi per complicanze di patologie all’apparato respiratorio, che non riguardano solo gli adulti, è sbagliato aggiungere anche poco. Si dovrebbe infatti bonificare l’area, piuttosto che, come accaduto con la centrale Enel di Civitavecchia, concedere un’improvvida Autorizzazione integrata ambientale per bruciare 900.000 tonnellate di carbone l’anno.

Eppure – aggiunge Ghirga – per le centraline di monitoraggio di ARPA Lazio, i valori degli inquinanti (ma quelli misurati non sono neanche tutti) non sforano quasi mai i limiti di legge. È noto che non ci sono filtri in grado di bloccare un micro particolato che ha le dimensioni di un virus influenzale, qualcosa vicino a 0,1 μm (micron). Non meraviglia che in una situazione di questo tipo, cresca la diffidenza e la sfiducia dei cittadini nei sistemi di controllo, giudicati assolutamente inadeguati.

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Prof. Michele Corti, Presidente Coordinamento nazionale Terre Nostre dei comitati no biogas no biomasse

È poi il professor Michele Corti, che ha studiato più da vicino gli impatti negativi degli impianti a biomasse e biogas sull’agricoltura, a parlare di come la sostituzione di coltivazioni finalizzate al consumo umano o animale con coltivazioni mirate alla produzione di energia o gas, non abbia considerato i maggiori costi sostenuti per importare gli stessi prodotti per l'alimentazione umana e la zootecnia .

Ma allora perché, per la produzione di biogas, si sostituisce la biomassa agricola con la FORSU, Frazione Organica del Rifiuto Solido Urbano conosciuta semplicemente come “umido”? Solo perché costa meno. Il problema è che derivando dai rifiuti (difficilmente selezionabili totalmente) l’umido rimane un rifiuto nel quale, a parte il cattivo odore emanato per la putrescibilità, finiscono ftalati e fenoli contenuti nel compost, utilizzato come ammendante in orticoltura, frutticoltura. È immaginabile che se il compost finisce sui campi coltivati e i prodotti arrivano a tavola, anche sotto forma di carni, vi siano seri pericoli per la salute umana, con danni ancora tutti da valutare al corredo genetico delle future generazioni. E questo anche senza considerare i gas serra prodotti, i rischi di esplosione dei gas nella fase anaerobica, il mortale botulino e l’assenza di un monitoraggio delle emissioni che è invece prassi in Svezia dove i limiti degli inquinanti sono più contenuti rispetto all’Italia, oltre che misurati con maggiore attenzione. Insomma il compost di qualità sembra quello ottenuto solo dalle compostiere domestiche, ancora scarsamente diffuse.

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Mauro Mocci, medico ISDE, Coordinatore Registro tumori ASL RMF

Per Mauro Mocci, medico di famiglia e decano dell’ISDE, gli impianti a biogas sono da considerare industrie insalubri in quanto trattano rifiuti e l'output del processo è un rifiuto. Uno dei punti deboli degli impianti a biogas è la fase anaerobica della frazione organica dei rifiuti nella quale non sono utilizzati solo quelli urbani, come spesso sostengono le imprese. D’altra parte, chiede Mocci, Tarquinia ha una popolazione di circa 15.000 abitanti e con una produzione di circa 1400 tonnellate/anno come può arrivare alle 25.000 previste dal progetto del Consorzio Pellicano? Questi progetti vanno avanti solo perché ci sono incentivi economici che non dissipano i rischi ormai noti. L’energia elettrica dovrebbe essere prodotta con il mini-eolico o il solare a concentrazione come realizzato in Spagna. Un’ultima considerazione – fatta da Mocci – è quella sull’aumento della vita media delle persone. Il grafico mostra che se è vera questa affermazione, è altrettanto provato che le aspettative di vita sana stanno diminuendo sensibilmente. Questo è un dato rilevato anche dalle statistiche di Eurostat.

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Michele Greco, avvocato Bio Ambiente Tarquinia

Come quindi difendersi dal proliferare di impianti che ottengono permessi a occhi quasi chiusi, costruiti a pochi metri dalle abitazioni oppure in presenza di una produzione agricola di qualità, difesa spesso solo a parole? È l’avvocato Michele Greco a occuparsi del problema. Il motto dell’avvocato è semplice: non bisogna arrendersi all’indifferenza degli amministratori locali che si trincerano dietro la magica parola “deroga”.

A soccorrere i malcapitati cittadini è il Decreto Legislativo 29 dicembre 2003, n. 387, recante norme per l'attuazione del Piano energetico nazionale in materia di uso razionale dell' energia. Certo, osservazioni, ricorsi e richieste danni vanno motivate, ma di sicuro c’è che gli impianti per la produzione di biogas da FORSU non possono essere collocati vicino ad abitazioni o dove siano coltivate produzioni di qualità. perché sono considerate insalubri, come precisato dal D.M. 5 settembre 1994Sta poi al sindaco del comune, quale massima autorità sanitaria locale, adottare quei provvedimenti che salvaguardino la salute pubblica.

E non è detto che non si vincano i ricorsi, lo testimonia il caso recente dell’impianto a biogas di Fiumicino dove si era in presenza di preoccupanti livelli di inquinanti originati da varie fonti tra le quali l’Aeroporto internazionale e la Raffineria di Roma. 

Anche l’ingegnere Sergio Pisarri, direttore del Consorzio di Bonifica della Maremma Etrusca, intervenuto nelle fasi conclusive del convegno, ha avanzato una serie di dubbi circa la localizzazione dell’impianto del Consorzio Pellicano, troppo vicino al fiume Mignone e in un’area interessata da piene imprevedibili e sul piano, ma prossimo a coltivazioni che rivestono particolare interesse commerciale.

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Franco Caucci, Amministratore delegato Consorzio Pellicano

In controtendenza e a sorpresa, l’intervento di Franco Caucciamministratore delegato del Consorzio Pellicano, che ha respinto tutte le accuse, affermando che l’azienda è trasparente, non ci sono problemi di ecomafie e non sono presenti infiltrazioni di alcun genere. I rifiuti – per Caucci - sono una risorsa che finisce al nord che ne sa meglio sfruttarne il valore. 

Appare in tutta la sua chiarezza che la posizione del Consorzio Pellicano e quella degli oppositori ad nuova servitù ambientale sono inconciliabili. Simona Ricotti del Forum Ambientalista, fa un elenco di queste servitù a pochi chilometri di distanza: dal primo porto crocieristico del Mediterraneo alle centrali di cui una a carbone, dai depositi costieri al centro di smaltimento di armi chimiche dell'esercito sino al traffico veicolare superiore alla media nazionale, concludendo con i 120 impianti a biogas della sola provincia di Viterbo.

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da sx, Michele Greco, Marzia Marzoli, Simona Ricotti, dott. Gian Piero Baldi

È innegabile osservare che se fare impresa è un diritto e un merito, l’area interessata dal progetto di impianto a biogas in zona Olivastro presenta alcune caratteristiche che sembrano renderla incompatibile con il progetto. Nel raggio di circa duecento metri vi sono due abitazioni e qualche centinaio di metri più in là, oltre la ferrovia, è presente un altro gruppo di villette e alcune aziende agricole.

C’è infine anche un problema logistico costituito dalla chiusura dell’accesso sull’Aurelia che si appresta a diventare Autostrada A12 SAT: dove quindi far transitare centinaia di mezzi visto che la strada ha una carreggiata limitata persino per le autovetture?

Commenti all'articolo

  • Di (---.---.---.11) 10 settembre 2014 09:10

    In Sintesi, in mancanza di vere alternative, non rimane che ridurre il numero degli esseri umani per rendere eco-compatibile il loro impatto con la natura: ma questo è un discorso che non piace. Luca Masett

    • Di (---.---.---.81) 10 settembre 2014 13:07

      Con oltre 7 miliardi di abitanti e, secondo le stime, 9 miliardi entro il 2050, un problema c’è ma non solo per il pianeta. Bruciare immondizia o altro, in milioni di luoghi diversi, non è la soluzione per assicurare la vita alla terra. E le ultime rilevazioni sugli effetti del riscaldamento terrestre sul clima dovrebbero far decidere tutti a modificare sia il modo di produrre e conservare l’energia sia i consumi che i rifiuti.

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